martedì 2 aprile 2013

Capitolo III - "L'emarginazione e la misantropia"

(a cura di Napoleone Wilson)

segue da Capitolo I - “Misoginia e malessere dell'anima. Esplicazione e necessarie applicazioni per una difesa del maschio nel 21° secolo”

e da Capitolo II: “Considerazioni sulla coppia, un male ancora necessario?”


La crescente emarginazione e quindi la misantropia si potrebbe dire è l'ultimo stadio del risultato ottenuto dalla diversità rispetto alla massa.
Una diversità spesse volte in meglio. Come questionò una volta Abraham Lincoln, “Siamo adatti per il tempo in cui nasciamo?”, in ogni epoca è sicuramente stato difficile trovare la propria strada nella vita, ma non c'è bisogno di scomodare teoremi euclidei per affermare che oggi quanto apprendi può non rimanerti utile per farti una posizione e quindi anche una famiglia, la quale è sempre subordinata alla prima. Secondo però proprio la prima nozione euclidea “le cose che sono uguali ad un'altra sono uguali anche fra loro”, è un ragionamento matematico e che quindi dovrebbe funzionare. Sempre ha funzionato e sempre funzionerà. E' evidente, e così anche nei 2'000 anni di storia della meccanica, è una verità evidente che le cose uguali alla stessa, sono uguali tra di loro. Iniziando dall'uguaglianza fra gli uomini, questo dovrebbe essere il vero equilibrio, e l'equità. Così come la giustizia.

Ma così dagli stessi uomini non è mai stato applicata o cercato di applicare, tranne nello sfortunato esperimento del Socialismo.
Certo, si dice da sempre che giudicare gli uomini nella loro totalità è un esercizio stolto e quantomai rischioso, ma se non c'è una vera uguaglianza possibile di metro di giudizio per gli uomini, è anche vero che c'è una ben diversa qualità, fra gli uomini, come fra le donne, alcuni/e impermeabili alla moralità e alla verità che come qualcuno ebbe a dire in un famoso discorso, sono “così bassi e piatti che un piede sarebbe incapace di schiacciarli, dalla fredda melma nelle vene piuttosto che sangue, più rettili che uomini”.
Nell'anno 2013 della massa delle persone quantomai incattivite, questa definizione per quanti uomini e donne in percentuale nella stessa massa, sarebbe non una forzatura, ma una attanagliante verità? Certo, si sta molto male nella misantropia e nella misoginia, solamente chi ha le palle, direbbe Bukowski, ne sopravvive, nessuno lo potrebbe negare. Ma essendo una realtà anche di anni o decenni di solitudine e rifiuto, certamente lo si può diventare. Un lungo deserto, un Sinai irto dune da scalare come infinite e indefinite stazioni del dolore. Speranze mal riposte e continue delusioni, perdita di lucidità nel saper riconoscere e giudicare le persone, ansia sociale e di esclusione, angoscia esacerbata e auto fagocitata, malessere generale, mancanza di scopo e interesse nella via e nelle attività quotidiane, estremo senso di vuoto e routinarietà dell'essere e dell'esistenza, rancori e rimorsi, figure inutili e inconcludenti che si affacciano nella propria vita, mancanza di socialità con gli altri, sensazione di esclusione ed emarginazione, il cosìddetto “effetto acquario” che fatalmente affiora dopo tanto tempo. Cioè di vedere la realtà e gli altri come dietro ad un vetro, “de-realizzata” , rispetto al personale sentire, un bell'inferno che si compie e si radicalizza proprio nella vita reale, non c'è che dire.
Un morire dentro senza essere morti fuori, un continuo consapevole o rifiutato cercare una luce in fondo al tunnel, che non arriva mai, e vivere in costante assenza del contatto fisico e affettivo.
Creandosi così anche un muro con gli altri e non riuscendo a convivere con l'assoluta comunanza soltanto con sé stessi.
Non si tratta solamente delle domande che ci poniamo sullo squilibrio che si può instaurare tra la percezione di sé e quella che si ha degli altri, ma della vera e propria impossibilità di riuscire a tessere rapporti che non vadano al di là di una qualche inutile superficialità.
E come ebbe a scrivere in una delle sue ultime lettere ritrovate un noto mass murder americano di donne, che un giorno entrò in una palestra e ne uccise sei, “Non basta essere di gradevole aspetto, vestiti bene e profumati”, per avere per sé e non contro di sé solamente una di quelle milioni e milioni che saranno numericamente di donne americane. Egli infatti annotò di non avere più avuto rapporti sessuali dal 1990 e di considerarle tutte nemiche, atte e dedicate ad avergli rovinato da sempre la vita. Il fatto di cui sopra che poi lo vide all'arrivo delle forze di polizia suicida o comunque ucciso, avvenne nel 2010.
Il più famoso massacro compiuto da un misogino fu forse quello che avvenne il 6 dicembre del 1989, all' Ecole Polytechnique di Montrèal, strage iniziata da una lettera scritta e lasciata nella tasca della sua giacca dove venne ritrovata quel giorno innevato, dallo studente Marc Lépine.
“Sto combattendo il femminismo”, questo diceva una frase di quella lettera.
La strage che ne seguì è rimasta scolpita nella memoria di tutti i quebècois e canadesi, entrandone a far parte come un incubo, e gli avvenimenti di quel terrificante giorni sono stati ritratti in uno splendido film che ricostruisce fedelmente il massacro, realizzato nel 2009, a vent'anni dai tragici fatti, dal titolo appunto, “Polytechnique”.
Nella lettera Lépine descrisse le sue motivazioni che lo avevano indotto a ideare e pianificare il massacro,
Lépine, attenendoci solamente alla fredda cronaca, irruppe nella scuola armato di un micidiale fucile automatico, in soli 20 minuti sparò a 28 persone, tutte donne, uccidendone 14.
Successivamente in una delle aule, rivolse ovviamente l'arma verso sé stesso e si suicidò.
Nella lettera scriveva «perché il femminismo mi ha sempre rovinato la vita», presentando una lista con 19 nomi di donne che avrebbe voluto uccidere.
Per chiunque non abbia esperienzia su di sé di una forte misoginia, potranno apparire ancora più incomprensibili quei 20 minuti di violenza omicida avvenuti nella Facoltà d'Ingegneria dell'Università di Montréal, mentre per tutti coloro che sono sopravvissuti e hanno veramente visto la morte in faccia, è stato sicuramente impossibile dimenticare, segnati come sono da anni o per sempre da sconvolgenti traumi psicologici (tanto che alcuni di loro si sono persino suicidati lasciando scritto che il loro gesto era a causa della strage vissuta), o hanno perso qualche persona cara, la quale si trovava lì ed aveva l'unica colpa di essere una ragazza.
“Il movimento femminista canadese promise che «la morte di queste giovani donne non sarà vana», nel giugno 1991 fu creato lo Status of Women dal comitato della House of Commons, ed il governo federale istituì, nell agosto dello stesso anno, il Canadian Panel on Violence Against Women.[...]”(op.cit.)
Questi come vediamo dalle cronache di tutti i giorni sui giornali sono alcuni dei risultati a cui può portare la misoginia e la misantropia, ragione da cui è partito questo studio, in merito ai cosìddetti “femminicidi” in -pare- continua escalation.
Il buon senso fa definire tali atti come dettati dalla follia, in quanto chi li commette è stato portare a odiare le donne come tutte serpi malvagie, perfide e traditrici, nella loro generalizzazione.
Ma come mai taluni, ma anche così tanti individui sono stati portati dalle loro esperienze e dalle loro delusioni a sviluppare un tale viscerale odio? Come mai la solitudine è tale nella nostra società occidentale e nel nostro modo di vita per cui sempre più persone vengono lasciate indietro in essa senza alcuna possibilità di ascolto né di uscita, sviluppando quasi inevitabilmente simili gravi forme di patologia sociale? Come è possibile, riconquistare fiducia nell'altro o nell'altra una volta averla perduta, se non vi è praticamente più alcuna disponibilità, nè tempo, di ascoltare davvero più nessuno?
Allorquando, come per quanto riguarda la condizione del lavoro contemporaneo, una volta persa la possibilità di poter rimettere in circolazione compassione per l'altro, interesse né affettività, non si trova modo di riconquistarla? Così trova terreno fertile la mancanza di compassione per l'altro, di coscienza di quel che si può commettere, non sentendosi in colpa per certe cose che si fanno, anche sapendo che la società li avrebbe condannati, così si diventa ottimi mentitori, e qualche volta diventando anche affascinanti, in primis per sé stessi. Persone che a differenza degli assassini seriali non si sono ritrovati con questi impulsi fin da bambini. L'impulso di far male alla gente, e soprattutto alle donne.
E ciò che li farà sentire potenti, e al comando. Ecco perchè vengono commessi questo tipo di reati. Ma, col passare del tempo anche questa sensazione svanirà, ed è molto doloroso tornare a dover essere una nullità, qualcuno che la gente ignora o addirittura tratta come spazzatura. Così quell'impulso comincia a ritornare. E la persona lo fa di nuovo. E la sensazione che prova è difficile da immaginare. Per la persona è come toccare la faccia di Dio. Ma comunque senza prospettive di diverso tipo e in assoluta assenza di possibilità di uscire dalla sua condizione omicida.
Oggi che la vita è di chi se la prende per le palle, ridotta unicamente ad un grosso gioco, trattandosi unicamente di chi ha cosa e di come potresti ottenerlo anche tu, prendendo quello che ti serve, oppure potendo essere unicamente la vittima. In qualsiasi caso, la vita se ne fotte sia di me che sto scrivendo che di te che leggi, e non è una forma di razionalizzazione, ma solamente
un modo dei tanti per sopravvivere. E dato che soltanto chi è molto bravo riesce a metterlo poi davvero in pratica, per forza che si creano quindi di queste esplosioni di follia omicida anche indiscriminata. Ma la malattia gravissima è come al solito sintomo ad un livello più alto della società, non di questi individui che ne sono solamente un suo prodotto.
Non tutti vogliono stare fino al collo in un gioco che oramai è una statistica di vite sprecate, senza soldi, senza lavoro, quindi senza futuro e ovviamente inibita dalla generosità degli altri, e anche avendo ancora una parte migliore di sé, a quel punto figuriamoci se alcuna donna vorrebbe mettere in moto alcuna energia effettiva per tali individui., le donne non fanno mai la scelta sbagliata. E' solamente a quel punto che la vendetta, come loro, diventa una puttana. E tutto questo senza essere né volersi sentire dei grandi uomini, dei veri duri, dei macho, a quel punto il cosìddetto “pacco” non conta proprio più nulla. [...]

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