lunedì 12 gennaio 2004

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Piccola Fanfara per l'Uomo Comune

(1965)
Forza amore mio, ancora uno sforzo. Fagli vedere a questi milanesi che figli facciamo noi terroni.
Ci siamo. "Infermiera, sta bene mia moglie? Sì? e la creatura? è un maschio!". Brava Rosaria, è anche sano.
Mi spiace per Papà, ma non porterà il nome suo. Lo chiameremo Alfredo. Se la prenderà, lo so bene, ma tanto mica glielo vado a dire in faccia. Farò un'interurbana a Torino dal bar sottocasa.
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Cosimo è felice, ma io mi sento disperatamente sola. Qui a Milano non ho un parente, mentre a Salerno vivevo sempre circondata dalla famiglia. Non c'è nemmeno un compaesano tra i vicini. Meno male che mia sorella più piccola verrà a stare un po' con me, quando esco dall'ospedale.
Non capisco perché non vuole dare al bambino il nome di suo padre. Verrà fuori l'ennesima zizzania. L'importante è che Alfredo sia un bel bambino. Speriamo di non fargli mancare niente.
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(1971)
Papà dice che è venuto a Milano a costruire strade, ponti, centri sportivi, parchi giochi. Lui guida la "ruspa con la lama", una specie di coltello cingolato che rende piatto il terreno. Eppure stamattina per andare alla scuola elementare ho percorso sterrati pieni di buche e di fango. Mi ha spiegato che in periferia, dove abitiamo, non è come in città, e che non è lui a decidere dove e quando asfaltare[...]
La maestra ha chiamato a casa chiedendo alla mamma perché non mi aveva messo in lista per la gita scolastica, ma in realtà io non le avevo detto niente, perché avevo capito che non era gratis. Per lei è stato molto umiliante. Mamma si è arrabbiata molto con me, ma non mi ha sgridato.
Io ho detto alla mamma che qualche giorno fa a letto non dormivo, e avevo sentito lei e papà litigare perché i soldi non bastavano: la rata del mutuo, la rata della seicento, la rata dei mobili, la bolletta della luce, [...] . Da un po' di tempo i conti si fanno spesso, perché papà vuole comprare anche un televisore. Papà quando dice "rata" o "bolletta" mi spaventa.
Mamma è venuta da me piangendo. Meno male che la maestra le ha anche detto che sono bravo in tutte la materie, tranne in Scrittura che fatico un pochino, però a scuola devo scrivere in modo diverso da come si parla in casa. Ma la maestra mi capisce e mi aiuta. E' molto brava la maestra.
[...]
E' colpa mia se mamma piange.
La mamma non mi ha mai sculacciato, ma quando la vedo piangere il mondo si rimpicciolisce in un puntino sul muro, che fisso finché gli occhi lacrimando non gli ondeggiano sopra uno sventolante arcobaleno, come quelli che a volte vedo nelle pozzanghere.
Papà invece non piange mai, ma ha delle mani dure come la ruspa che guida. Da grande voglio essere forte come lui. L'anno scorso una sfiammata in cantiere gli ha bruciato tutto un braccio, che quando cambiava la garza si vedeva la carne sanguinante e la pelle rimasta era color carbone. Mordeva appena le labbra coi denti, riavvolgeva una garza nuova dopo la medicazione, faceva tutto da solo e non usciva una lacrima dagli occhi. Io invece quando la vicina di casa mi fa l'iniezione di penicillina piango così a lungo che leggo un giornalino intero prima di tornare in cortile a giocare con gli amici, e di sedersi non se ne parla mica.
[...]
Della gita non me ne importa niente. La maestra mi vuole bene ma i miei compagni non mi piacciono e penso che io non piaccio a loro. Tranne Emilio, che viene a piedi come me e siamo gli unici ad indossare gli stivali di gomma, gli altri sono tutti vestiti belli e con scarpe belle perché hanno i papà che lavorano negli uffici che sono cantieri puliti e che aprono tardi la mattina mentre mio papà è già uscito di casa da un po' quando mi sveglio e perciò i papà degli altri bambini li accompagnano a scuola con la macchina e così non s'infangano, e poi giocano coi bighgim durante la ricreazione che a me sembrano delle bambole come quelle delle femminucce, però ce li hanno tutti e io no.
Spesso calcio il pallone contro il muro da solo.
[...]
Ho detto a papà che se va anche lui a lavorare al "cantiere ufficio" guadagnerebbe più soldi, dormirebbe di più e tornerebbe a casa presto la sera, e anch'io come gli altri bambini potrei fare la tessera per andare al centro sportivo per i figli dei lavoratori del "cantiere ufficio" che c'è una piscina bellissima e i miei compagni di scuola me ne parlano sempre, però il papà mi ha detto che per lavorare in quel cantiere ci vogliono i santi in paradiso ma non capisco cosa significa, e poi mi ha detto che ha fatto solo la quinta elementare e cara grazia che ha imparato il mestiere di guidare la ruspa che lui da bambino era il primo di nove figli e che poi ci fu la guerra, che t'alzavi la mattina e non sapevi se quel giorno avresti mangiato e quando nella minestra trovavi un pezzo di grasso accendevi un cero alla "maronna" per ringraziarla.
[...]

Quando mi sveglio alla mattina papà non c'è, e la sera arriva tardi ed è stanchissimo, e poi quando si mangia non si parla, io leggo un giornalino e vado a letto. La mamma ha cominciato a lavorare pure lei e io vado a scuola con le chiavi di casa appese al collo con una cordicella e quando torno c'ho le cose da mangiare pronte sui fornelli da scaldare per me e il mio fratellino che mi aspetta dalla vicina, e la porta la devo chiudere senza lasciare la chiave nella serratura, e non devo aprire a nessuno finché lei non torna, e per strada devo camminare senza dar retta a chi mi vuol fermare, e guai ad accettare caramelle o cioccolatini dagli sconosciuti, [...] .
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(1976)
Non so se ho fatto bene ad iscrivere Alfredo al tempo pieno delle scuole medie. In tutto il quartiere sono solo in due a frequentarlo. Almeno sono tranquilla che fino alle cinque del pomeriggio è a scuola. La mensa è anche buona, però a lui non piace quello che si mangia.
A scuola è bravo ma in casa e con i compagni in cortile è sempre più introverso e scontroso. Quando torna finita la scuola gli altri ragazzi già giocano da ore. D'inverno rientra a casa che è buio, e non c'è più nessuno in cortile.
All'oratorio il signor Asinelli, siccome che Alfredo non si può allenare all'ora da lui imposta, lo ha estromesso dai titolari della squadra di calcio. Io non ne capisco niente, però sento tutti dire che gioca bene e con impegno. Persino Cosimo lo dice.

Alfredo all'oratorio non ci vuole più andare.
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(1981)
Non c'è stato verso di fargli cambiare idea! Tutta colpa di quell'amica di Rosaria che lo ha convinto ad iscriversi all'istituto tecnico industriale perché è bravo in matematica e fra poco potrà studiare i compiuter. Quando invece io gli avevo detto che con la scuola professionale, tempo tre anni, aveva un lavoro in mano, sicuro, come hanno fatto i miei fratelli.
Da quando ha lo stereo e la moto mi sembra un estraneo. A casa si chiude in cameretta ad ascoltare a tutto volume quei capelloni che non cantano nemmeno in italiano e chissà se capisce cosa dicono. Nel quartiere sembra abbia mandato tutti a quel paese. Prende su la moto e sparisce senza dire a nessuno dove va, figurati a me. E guai a chiederglielo.
S'è fatto alto, e non perde occasione per farmi capire che di me non ha paura. Ma a me fa paura lui.
Ce l'ha su con tutti e con tutto: e dice che i ragazzi del paese sono capaci di vivere e incontrarsi solo in bande; e che in giro è pieno di drogati; e che i fascisti pensano che la storia del mondo sia iniziata quando sono nati loro; e poi i comunisti che fanno le riunioni del "cioè" ma non combinano una mazza; e i politici che parlano con i "comunque", ma di sicuro c'è che, comunque voti, i democristiani al governo ci vanno comunque. I preti e quelli della chiesa, poi! Solo a nominarli va in escandescenza: li butterebbe vivi nella pressa dello sfasciacarrozze. Così quando alla televisione parlano del vaticano io cambio canale perché se no mi fa intossicare il pasto.
Mi verrebbe da dirgli: "Possibile che non c'è una cosa al mondo che ti piace? Se non tutta almeno in parte!". Ieri ho perso talmente le staffe che stavo per mollargli uno schiaffone sul muso. Ha reagito di scatto senza esitare. Mi ha guardato feroce. Respirava come un mantice.
Ho chiamato suo zio Alfonso che lo conosce forse meglio di me. Quando Alfredo era bambino passava parte delle vacanze estive al mare con lui e la sua famiglia. E' un uomo calmo e posato, che legge molto. Ha figli maschi più grandi d’Alfredo.
Mi ha detto che un filosofo tedesco vissuto un po' di tempo addietro, mi pare si chiamasse "Nicce", nel suo libro "Così parlò Zaratustra", a un certo punto parla delle "Tre Metamorfosi" dell'uomo. Mi ha spiegato che secondo Zaratustra la vita di un uomo, per essere interamente compiuta, attraversa tre fasi. L'Uomo Cammello: la fase iniziale, in cui l'uomo deve sgobbare e faticare senza porsi tante domande. L'Uomo Leone: è la fase intermedia, nella quale l'uomo grida "io voglio" e non sopporta il "tu devi". L'Uomo Fanciullo: la fase in cui l'uomo si completa; il primo moto, il creatore, padrone della propria mente, libero, emancipato, felice.
Ciò che mi ha detto me lo sono scritto e ho capito due cose: Alfonso s'è montato la testa a leggere certi libri! E poi, ammesso e non concesso che abbia capito bene cosa Nicce volesse dire, cosa devo pensare? Che Alfredo è un Leone? Sicuramente non è un Cammello! E la felicità del Fanciullo mi pare proprio che non la conosca.
Cosa faccio con Alfredo? Aspetto? Porto pazienza? Lo ascolto cercando di non ribattere? Ne parlo con Rosaria? Potrei leggere anch'io qualcosa... .
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Con papà siamo allo scontro campale. Mamma invece è dolcissima e paziente come sempre. Vorrebbe dirmi qualcosa, ma le manca l'approccio. E io certo non l'aiuto. Non riesco a guardarmi allo specchio senza provare vergogna. Sono quasi sempre triste, tranne quando vado in giro in moto cogli amici, e il mio viso lo dimostra. Le sopracciglia pesano sugli occhi e la testa guarda in basso.
Non capisco cosa mi accade.
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(1988)
Beatrice è una ragazza che non merito.
Avevo un lavoro bellissimo, guadagnavo molto e pensavo che per questo lei era felice di stare con me. Poi il disastro. Ho voluto guadagnare di più e invece mi sono ritrovato con i piedi per terra.
Disoccupato, senza soldi, con debiti: così mi sono presentato da lei stasera. Ero sicuro che mi avrebbe lasciato e io non l'avrei biasimata per questo. Ad un mio amico è successa la stessa cosa.
Invece mi ha baciato e con calma mi ha detto: "Alfredo, io penso che sei un ragazzo intelligente. E' per questo che sono contenta di stare con te. Non preoccuparti. Sono sicura che verrai fuori da questa situazione.".
Ho perso il lavoro per trovare mia moglie.

(2003)
Alfredo da un po' di tempo fatico a riconoscerlo. Si arrabbia molto raramente, ed è molto difficile che alzi la voce. Non so cosa lo ha cambiato, ma sono contenta. Mi aiuta persino nelle faccende di casa.
Da quando ci siamo sposati sono trascorsi dodici anni e mai avevamo passato un periodo così lungo senza litigare e le occasioni non sono mancate.
Ha voluto fortemente esporre la Bandiera della Pace dal balcone, ma solo con il mio consenso. Anche questo è strano. E' sempre stato molto riservato sulle sue opinioni e sui suoi sentimenti, e adesso addirittura li sbandiera. Nella nostra scala è l'unica esposta.
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Quando incontro mamma e papà insieme ai bambini penso sempre alle preoccupazioni che devo aver loro causato quand'ero piccolo e soprattutto da adolescente. Rivedo la mia infanzia con i loro occhi.
[...]
Chiudo sempre le mie giornate leggendo libri e ascoltando musica.
Sono i momenti in cui torno Fanciullo e mi sento felice.
Con i libri viaggio nel tempo e nello spazio. Sono il solo mezzo di trasporto per navigare in epoche e culture altrimenti irraggiungibili. Ogni evento personale o sociale non avviene per caso, senza eccezioni. La ricerca anche ossessiva del "perché" di Tutto, della sua Causa, mi sta rendendo più tollerante e riflessivo. I preconcetti cadono uno dietro l'altro.
Beatrice afferma che ho una fiducia "bambinesca" nelle persone. Lo dice con un tono di voce critico, ma a me sembra un complimento.
Non sono però forte abbastanza da esser sempre "padrone" di me stesso. Soprattutto i contrasti con altre persone mi procurano un consistente dispendio psicofisico. E' dopo questi momenti che il bisogno di rivitalizzarmi con la musica diventa forte.
Spesso ascolto l'Adagietto della quinta sinfonia di Mahler. Esprime un dramma umano carico di tormento ma anche di speranza. E’ la vita rappresentata in tutte le sue manifestazioni.
Ci sono momenti in cui la melodia, dopo un crescendo che sembra presagire un trionfo, si sospende su una corona. Poi riprende con una nota lunga, con un tono più basso, che sembra fuggire dalla corona: come una fitta di dolore; come un pianto represso; come una passione ferita. In quei momenti trattengo a stento le lacrime. Piango come un bambino.
Alla fine la melodia, il canto, vince gli ostacoli delle corone, ed erompe in un largo maestoso. E’ una vittoria bellissima, conquistata con grandi difficoltà.
[...]
Qualcuno ha deciso che la guerra è la soluzione ai problemi del mondo, ma io, e tanti altri, non la pensiamo così. Probabilmente egli non conosce gli effetti che la guerra ha sulle vittime innocenti. Quegli effetti mio papà me li ha raccontati spesso quand'ero bambino.
Dai balconi di molte case e anche dal mio sventolano bandiere che non tutti apprezzano, ma hanno i colori dell'arcobaleno e il paesaggio ne guadagna molto. Ho deciso che sul mio balcone questa bandiera sventolerà a lungo, anche se nel mondo non ci saranno guerre. I miei figli mi hanno portato a casa dalla scuola, per la Festa del Papà, una famosa filastrocca di Gianni Rodari, che dice "...Un arcobaleno senza tempesta, quella sì che sarebbe una festa. Sarebbe una festa per tutta la terra, fare la Pace prima della guerra.".
E poi l'arcobaleno mi ricorda quando, da bambino, cercavo in solitudine di uscire da situazioni sgradevoli. Era un sistema che funzionava. Pensavo che fossero gli altri la causa delle mie sofferenze, ma avevo di fatto Capito che ne uscivo da solo. Ma se la Causa sono gli altri allora non dovrebbero essere sempre questi "altri" a liberarmi dalle sofferenze? Se da solo riesco ad "uscirne" non significa che la Causa risiede dentro di me?
Ora la contraddizione mi è chiara. Il mio stato d'animo e i miei comportamenti non possono e non devono sottostare a persone e a cose al di fuori di me. Se le Cause che mi fanno soffrire mi sono immanenti devono esserlo anche quelle per gioire. Dipende solo da me.
Sono molto contento che Beatrice abbia condiviso il mio desiderio di esporre la Bandiera. Il difficile è stato decidere di non fare la guerra neanche in casa. Volevo esporla con coerenza. Dodici anni di gelosie, fraintendimenti, malintesi, ripicche sono terminati. M.L. King in un sermone affermò che "occhio per occhio rende tutti ciechi". E' verissimo.
Ho quindi deciso che il mio invisibile contributo alla Pace sarà lo sforzo di mettere in pratica il principio: "Fa ciò che Devi, accada quel che accada". Sembra sia stata l'ultima frase pronunciata da Tolstoj prima di morire.
La Bandiera non è solo una richiesta che faccio ai potenti del mondo. Rappresenta la mia decisione. Sono io che sventolo dal balcone.
[...]
Vivo fuori dei sogni. I miei ritagli di "gioventù" li consumo sempre di notte, quando gli altri in famiglia dormono, e forse la realtà delle cose mi appare appunto distorta, onirica.
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Domani è lunedì, porto i bimbi all'asilo e poi vado al lavoro, devo ricordarmi di telefonare al medico per la ricetta, il latte è finito, in settimana devo portare l'auto a fare il tagliando...

2 commenti:

  1. Molto bello questo racconto! :)

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  2. grazie Fra! questo fu il primo primo primo... tentativo di scrivere qualcosa.

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