lunedì 6 dicembre 2004

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L'attesa

Attendo il mare
sulla riva, paziente.
Disegno clessidre col pugno,
librandolo in alto; controvento
cade, arcuandosi, la rena
costante e leggera.

Attendo il flutto che porta
gli umori del mare, con sé,
partecipe della grande volontà,
suo malgrado complice
del mio desiderio, libero
di annusare, toccare, ascoltare.

Ascolto le voci di amici
che non conosco o sono lontani,
che vivono o non più,
sempre presenti,
nella mia mente e nella mia vita;
sono sempre io, e parte di loro.

Respiro i loro affanni,
le loro risa, i loro miasmi,
le loro grida: la memoria
del presente, dell'eterno futuro.
Un pugno divino mi raccoglie
ormai sabbia, parte del tutto.

Un granello come tanti,
invisibile tra innumerevoli e
felice, di toccare ogni granello
dell'universo, toccando i vicini.
E' la gioia solitaria, immensa
di una vita comune.

venerdì 3 dicembre 2004

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Stagioni

Caldo estivo,
ardente, asmatico;
silenzi crepuscolari o
rumori assordanti.
Sabbia inodore, amorfa;
pescato irradiato, putridente.
Silenzio per i vivi?
Ribalta per i morti?

Foglie bronzee cadono,
spogliando i testimoni
dell'oblio trascorso.
Altri testimoni producono
frutti purpurei, plasmati
da larve nutrite.
Vita e morte incrociano,
muovono, asincrone e simbiotiche.

Poi il gelo, salita e ostacolo,
freddo, buio, interminabile.
E' anche pace, immobile
che prepara il divenire;
è studio e contemplazione
che attende un pretesto,
un'occasione, un palcoscenico.
Sopravvive la speranza...

...che arriva
in un volo senza soste,
senza possibilità di cammino.
Non ambisce la felicità
eterna e inattacabile;
cerca e crea ricordi,
gioie effimere, le sole possibili,
le sole vere, le sole spontanee.

La vita è rifiorita.
Ora attende l'estate,
il ripetersi del ciclo,
per poter gioire ancora
della felicità più grande:
la Rinascita di un fiore;
la Forza, fragile,
di una rondine che vola.


mercoledì 5 maggio 2004

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Un Fiore nel deserto

E' dedicata a una ragazza "non-italiana", mai incontrata e conosciuta solo per interposta persona che, per motivi che non conosco, vive sostanzialmente segregata in casa, rifiutando di incontrare chiunque pur non disprezzando nessuno. Il mio amore per le "diversità" trova ispirazione spontanea da queste persone. Ho usato una poesia per comunicarle il mio affetto, e lei l'ha letta e anche molto apprezzata. Una bellissima esperienza.

Un Fiore nel Deserto

Un fiore in una stanza
buia ma non fredda,
piena d’un calore
sbocciante, di petali
azzurri, profumati,
un calore umano.

Alla porta un invisibile
lucchetto di timori
crea un fiore nel deserto:
un fiore molto raro
visibile ai pochi che,
il caldissimo deserto,
accetta d’accogliere
senza sopprimere.

Ma il profumo
impalpabile e penetrante
non si ferma sulla porta.
E’ un profumo traghetto:
dopo aver raccolto
suoni e odori, nel mare
che circonda il deserto,
torna al fiore
carico di messaggi e speranze
di coloro che il fiore
vorrebbero conoscere,
di altri bellissimi fiori.

Può vivere un fiore
senza concedere il suo dono
a chi lo brama?
Può un deserto
ripagare il fiore
della bellezza che esprime?
La vita è inspiegabile
e permette ad ogni fiore
di esprimersi come vuole.

Nonostante il deserto
nulla mi ha impedito
di conoscere, immaginandolo,
quel fiore.

Lo amerò sempre
anche se non lo vedo
e proprio per questo,
forse, è ancora più bello.

E’ un fiore che mi appartiene:
è il fiore che ho dentro
al mio cuore, ai miei sogni,
il fiore che vedo.

Resterò deluso quando
lo potrò conoscere?
Non credo.

Sarà un altro fiore quello
che incontrerò, diverso
dal fiore del deserto,
quello che ammirerò
senza reciderlo.

Lo amerò come amo
la crisalide che,
con mistero,
ha prodotto la farfalla,
vista solo per un attimo
e volata via da me
senza concedersi.

Amerò quel volo libero,
per sempre e
combatterò,
senza risparmio,
ogni retino,
ogni falso altruismo,
ogni inutile definizione
che lo vorrà catturare.

martedì 23 marzo 2004

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Piango Emanuele

Emanuele
è un bambino
di sei mesi, accesi
a fuoco vivo
dalla sofferenza di un cuore,
di un organo
vitale a lui negato
da un'impietosa natura.

Stamane s'è spento,
silente.
Il buio ha avvolto,
in un piccolo,
vastissimo
sudario bianco,
i suoi cari.

Ma gli occhi, gli occhi, gli occhi!
I tuoi occhi, Emanuele!
Han smesso
di piangere le lacrime
semplici,
di un bambino.

Ogni vita ha una Ragione.

Il viso di un vecchio,
morto,
l'ho visto e pianto,
tante volte e tante,
ancora,
lo vedrò.
Condensa esperienze
nei tratti,
ogni ruga è il sepolcro
di un evento,
nato e morto,
con lui e in lui,
come ogni fenomeno
di questo imparziale universo.
Ma, nell'ultimo evento,
a nessuno
è concesso vedersi.
Un vecchio morto
è una vita compiuta.
Non ti chiedi Perché.

Il viso di un bambino,
morto,
l'ho visto e pianto,
poche volte
e poche,
ma troppe volte,
ancora lo vedrò!
E' una prova troppo dura per me!

Ricordo ancora vivi,
sogno ed incubo,
i Giorni Eternità
in ospedale,
dai miei figli, Leonardo e Lorenzo.
Erano nati su un crine, teso
tra il Deserto
Morte e l'Isola
Vita.
Sotto c'eravamo noi,
genitori,
affogati in un oceano
di disperazione,
di collassi.
Dannati dal fato.
Condannati a nuotare,
volevamo esser ponti.
Eravamo solo boe
disancorate.

Tanti, tanti, tanti neonati ho visto
morire.
Al mattino,
genitori della Terapia Intensiva,
dopo notti di ghiaccio
correvamo alle incubatrici.
Erano capezzali di vita.
Respiravamo la morte.

L'imparziale Governo
di noi ha avuto pietà.
Altri oceani attraversiamo ora,
di ignoranza, indifferenza,
egoismo,
verso chi indossa l'Handicap,
verso chi promuove,
con la propria carne,
la grande Cultura
della diversità.
Ma questi oceani
li attraverso coi miei figli:
i miei Maestri.
Non sono solo.

Emanuele,
quei giorni,
me li ha ricordati.
Le croste sul mio viso,
indurito dalla fatica e
dalle mille collere,
sciolte son colate
in un pianto sorriso,
felice,
di un uomo che torna
all'Uomo,
con in mente le gote
rosse, di un bambino.

Alla morte di un bambino,
di un figlio,
non ci sono Perché.
No No No No Nooo!
Non ci sono
Perché.

Ha fatto qualcosa di Male, forse?
Cosa voleva il destino da Lui?
Non aveva diritto a vivere come gli altri bambini?
Già, già, già... è la legge della vita, eh già!
Ma io non l'accetto questa legge! E' una legge ingiusta!
Se la tengano i predicatori, i pensatori,
quelli che non hanno figli,
quelli che non si interessano ai bambini,
quelli che non hanno cuore,
quelli che pensano solo a se stessi,
quelli che sono soltanto "quelli":
che ne capiscono loro?

Io avevo un figlio.
Era Lui la Legge
della mia vita.
Una legge semplice,
della vita
che si perpetua.
Vengono a schiere,
a consolarmi.
Siete gentili, grazie, ma...
Basta per carità, vi scongiuro, andatevene!
Io voglio solo piangere.
Lasciatemi solo, a piangere.
Lui, mio figlio, Lui,
Lui non c'è, non è, non...
Io voglio stare
con Lui, raggiungerlo
anche, per un attimo,
nella sua pace.
Con le lacrime.
Con le preghiere.


Un bambino si piange
una Prima volta.
Nella testa scoppia
impetuoso
un fuoco.
Tutto pulsa nel corpo:
è il battito di un cuore
che ama e vorrebbe
venire con te,
amato figlio,
nella morte.
Le arterie
come idrovore
non nutrono la carne:
svuotano il cuore.

Un bambino si piange
una Seconda volta.
Nelle cose, banali
e non altrimenti,
di ogni
inutile
restante
giorno.
Il cibo ti nutre,
il vestito ti copre,
la musica ti distrae,
un libro ti impegna,
il lavoro...
si deve fare.

Un bambino si piange
una Terza volta.
Non riesci più ad amare,
a dare
agli altri quello che
l'incolpevole figlio
ha sepolto con sé.
Il camposanto è casa,
è amore, è tutto.
La morte è la tua vita:
la vita vorresti
fosse morte.

Ma sei all'ultimo pianto.
Il buio più nero
che precede l'alba.

Poi,
improvvisamente,
ti illumini
di vita.

Non cerchi un Perché:
cerchi una Ragione.
Non raccogli il Passato:
semini il Futuro.
Non guardi il Morto:
idealizzi il Vivo!
Educhi il figlio,
al meglio che puoi.
Tuo figlio rinasce
eterno
dentro di te.

Una Tempesta!
Una Rivoluzione!
L'avresti realizzata
senza aver superato,
dolorosamente,
la più grande delle sofferenze?

La gioia della "normalità"
si chiama Banalità.
Se la tengano i "normali"!
A noi fa sbadigliare.

La gioia della sofferenza
provata e Trasformata,
Rivoluzionata,
si chiama Felicità.
A questa aneliamo!

Emanuele
con sé
non ci vuole
seppellire.

La tomba sarà
su misura,
per le sue membra
incolte.
Non cerchiamo uno spazio
che non c'è
e non ci deve
essere concesso.
E' spirato innocente.
Tempo non gli è stato dato
a recar offese.
Non creiamogli noi,
genitori,
colpe che non ha.
Ci ha reso felici da vivo.
Sapremo costruire Felicità
Suprema
con lui morto.

Facciamo tutto ciò,
insieme se volete,
con calma,
senza fretta.
Ogni passo
prepara il successivo.
Nell'anima non si corre:
si cammina.

Ti piango Emanuele.
Di felici lacrime
nutrirò
i fiori sul tumulo.
Oggi la campana
dei defunti ha vibrato
tuonante un colpo,
un solitario colpo,
per il più giovane,
il più incompiuto
dei miei amici,
dei miei
morti.

mercoledì 10 marzo 2004

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La vita del Budda

(sintesi dell'opera omonima di Daisaku Ikeda, 1978)

Il Giovane Shakyamuni

(p. 5)
Mi sono costruito una immagine di Shakyamuni: un uomo che parla con semplicità; sorridente con gli altri; a volte con distacco, a volte con fierezza, a volte in silenzio, percorre sempre il suo cammino.
Così Ikeda si immagina Shakyamuni. Un Esempio di Essere Umano.
Non si può far molto per conoscerne la vita con certezza. Nulla fu scritto quando era in vita e, di quanto scritto dopo, poco si può sapere a riguardo di date storiche o biografiche. Il popolo indiano manifesta ancora oggi Indifferenza nei confronti del Tempo, mentre mostra grande propensione al Pensiero Speculativo ed alla Filosofia in generale: questo aspetto del temperamento indiano è bene tenerlo presente. L'approccio più concreto alle antiche scritture indiane non consiste nello scoprire ed eliminare gli elementi leggendari, ma nell'esaminarne le ragioni.


I Nomi di Shakyamuni

(p. 9)

Sono tutti in sanscrito.
- Shakyamuni Bhagavat: "Saggio degli Shakya, l'Onorato del mondo, il Beato". In Giappone lo chiamano Shakuson.
- Buddha: "l'Illuminato", "Svegliato", "Colui che è illuminato sulla realtà ultima". E' un termine preesistente al Buddismo. Indica un genere, non è un nome proprio.
- Gautama Budda: utilizzato nel Theravada, nome di famiglia.
- Siddhartha: attribuitogli nell'infanzia, "che ha raggiunto lo scopo".

La tribù degli Shakya e Ambientazione Storica

(p. 10)

Si trovava nella città fortificata di Kapilavastu, probabilmente alle pendici meridionali dell'Himalaya. Era una città popolosa e agricola.
Shakyamuni è nato secondo tradizione nei Giardini di Lumbini, poco lontano dalla città. Era il cosiddetto periodo dei "16 grandi regni", e l'India era spesso teatro di lotte. Fra i regni più importanti, quello del Koshala, guidato dal re Pasenadi, e quello del Maghada del re Bimbisara, quest'ultimo capodinastia dei Maurya il cui 3° monarca è il famoso re Ashoka.
Il regno degli Shakya non era tra i "grandi", e subiva l'influenza dal Koshala. Si trattava di un piccolo stato semiautonomo, probabilmente in declino.
Il periodo di cui trattiamo si stima tra il VI e il V sec. a.c. .

La famiglia di Shakyamuni e La sua giovinezza

(p. 14)

Il padre si chiamava Shuddhodana, che significa "pura pappa di latte", che è riso bollito nel latte (ne deriva un regno dedito all'agricoltura e alla pastorizia).
La madre si chiamava Maya e morì una settimana dopo il parto.
Shakyamuni fu allevato dalla zia materna Mahaprajapati.
Fisicamente Shakyamuni fu descritto come dotato dei "32 segni fisici fondamentali e 80 segni secondari" (40 denti, braccia fino al ginocchio, ecc...). Un "mostro", per intendersi. Sono metafore che derivano dal Brahmanesimo , intese a simboleggiare grandi virtù.
Shakyamuni invece descrive il suo corpo come "una struttura snella e molto delicata" e di essere stato "allevato con grandi cure". Figlio di un re ed orfano di madre, il padre fece tutto il possibile per crescerlo nel migliore dei modi, sia fisicamente che intellettualmente. Queste "cure" si intensificarono quando il padre percepì la volontà del figlio di abbandonare il regno per dedicarsi alla vita religiosa.
A 16 anni sposò Yashodhara che era sua cugina. Una improbabile leggenda vuole che la vinse in un duello d'armi ad un altro cugino di nome Devadatta, che era molto più giovane di lui. Simboleggia solo l'inizio di una rivalità molto importante nella vita di Shakyamuni.
Shakyamuni ebbe un unico figlio di nome Rahula, che diventò poi uno dei 10 principali discepoli.

La Grande Partenza

(p. 19)
Secondo la Leggenda Shakyamuni viveva essenzialmente entro le mura del palazzo reale. In 4 occasioni poté uscire dalle porte insieme al suo servo. La 1° volta uscì ad Est e vide un Vecchio; la 2° volta uscì a Sud e vide un Malato; la 3° volta uscì a Ovest e vide un Cadavere; la 4° ed ultima uscì a Nord e vide un Religioso che lo commosse.
Il Buddismo nasce per risolvere le cosiddette "4 Sofferenze": nascita, malattia, vecchiaia e morte. La Nascita non sembra citata nelle "4 porte", ma la nascita di Shakyamuni, così come lo conosciamo, non coincide con l'inizio della sua vita religiosa?
Le 4 sofferenze sono Inevitabili ed Intrinseche alla vita stessa. Trovare una via per trascenderle significa trovare la Felicità Assoluta, invero quella felicità indipendente dalle circostanze.
Shakyamuni scelse di diventare un re-filosofo rinunciando al potere ed ai privilegi del potere temporale. Oggi giudicheremmo un comportamento simile come "eccentrico", ma all'epoca in India non era un fatto straordinario.


L'ascetismo e la società indiana

(p. 23)
L'usanza di ritirarsi nelle foreste a meditare risale all'epoca delle Upanishad (3 sec. prima di Shakyamuni) ed è diffusa ancora oggi. Il poeta e filosofo indiano Rabindranath Tagore dice che "la civiltà indiana nacque nella foresta".
La vita dei Brahmani era divisa in 4 periodi:
1) Studio: dai 7 ai 19 anni istruzione religiosa.
2) Vita di famiglia e società (periodo più lungo): dai 20 ai 50 anni.
3) Vita della foresta: dopo aver generato almeno un erede si ritira a meditare.
4) Isolamento e Peregrinazione: vita in povertà e di elemosina.
Era un vita profondamente radicata nella religione.
Shakyamuni non seguì la tradizione per intero, perché saltò la fase 2) .


La partenza e le peregrinazioni

(p. 26)
Shakyamuni parlò al padre della sua intenzione di dedicarsi alla vita religiosa, seppur così prematuramente. Come abbiamo detto, Shuddhodana fece tutto il possibile per impedirlo. Alla fine riuscì, è il caso di dirlo, a fuggire di nascosto.
Shakyamuni comincia così a viaggiare da solo, a piedi, verso il Maghada. Si taglia i capelli, si libera di gioielli ed ornamenti, veste l'abito del monaco mendicante.
I monaci buddisti venivano chiamati "munda" che significa "coloro che hanno la tonsura". Tradizione iniziata proprio da Shakyamuni.
La questua era una pratica diffusa, fatta con dignità senza essere ossequiosi o servili. Il Bhikkhu ("colui che mendica il cibo"), la persona che ha scelto la via dell'ascetismo, era considerato con grande rispetto. Non ringraziava mai, ma non dava alcuna importanza a cosa gli si offriva e soprattutto da chi.
In India vigeva un rigido sistema che divideva la popolazione in 4 caste: i Brahmani o sacerdoti, i guerrieri, i mercanti e proprietari terrieri, i contadini e servi. Non c'era alcuna possibilità di cambiare in vita la casta di nascita. Le caste superiori prendevano tutte le precauzioni per evitare di "contaminarsi" con quelle inferiori. Questi Bhikkhu quindi, accettando cibo da chiunque, "rifiutavano" il sistema sociale così com'era organizzato all'epoca.


La nascita di una nuova cultura

(p. 29)
Il Koshala e il Magadha erano gli stati più grandi e potenti dell'India, dove era quindi più probabile trovare "maestri" religiosi. Ma il Koshala "conosceva" Shakyamuni.
Il Magadha, distante 600 km dal regno degli Shakya, garantiva anonimato ed era anche il centro di una nuova cultura. La classe dei mercanti diventava molto ricca, e quella dei guerrieri, che desiderava un re, aumentava il suo potere. I Brahmani che imponevano strutture tribali erano in seria difficoltà. Emergevano anche Pensatori che ripudiavano apertamente la tradizione vedica e rifiutavano la struttura delle caste. Venivano chiamati Shramana che significa "colui che pratica la penitenza religiosa".


I 6 maestri non buddisti

(p. 32)
Anche se non-buddisti sono in ogni caso citati nei testi buddisti. Erano i 6 uomini "guida" degli shramana, ed erano: Makkhali Gosala, Purana Kassapa, Ajita Kesakambala, Pakhuda Kaccayana, Sanjaya Velatthiputta e Nigantha Nataputta.
Nigantha Nataputta
è il più famoso, fondatore del Gianismo, religione dal precetto fondamentale "Non uccidere" applicato con rigore. E' una religione che insiste molto sulle pratiche ascetiche estreme (mortificazioni corporali).
Ajita Kesakambala predicò una dottrina Materialista, sostenendo che ogni cosa è formata solo da terra, acqua, fuoco e vento. Nulla rimane dell'uomo dopo la morte. Queste dottrine alla lunga portano inevitabilmente al nichilismo e alla degenerazione morale. Attecchiscono facilmente in un clima di "rivolta" o "protesta" verso le tradizioni, come quello indiano dell'epoca.
Sanjaya Velatthiputta, scettico e nichilista, noto perché scelto come maestro da Shariputra e Maudgalyayana, successivamente diventati importanti discepoli di Shakyamuni.
Makkhali Gosala, il Fatalista: ogni cosa risponde a leggi ineluttabili. Il karma rappresenta un destino immodificabile.
Purana Kassapa è fatalista fino al nichilismo. Nega l'esistenza del karma e afferma che tutti i fenomeni sono privi di rilevanza. Nulla è quindi importante, non esistono valori e moralità nell'uomo.
Pakhuda Kaccayana si distingue: ai 4 elementi di Ajita Kesakambala ne aggiunge altri "spirituali".Il dolore, il piacere, l'anima immortale e immutabile. L'uomo deve assicurare stabilità all'anima.
Secondo lo studioso di buddismo Fumio Masutari, i 6 maestri stanno a Shakyamuni come i sofisti a Socrate. Come Socrate con i sofisti, Shakyamuni attinse dalla "protesta" e speculazione dialettica e filosofica dei 6 maestri, per poi sopravanzarli, alla ricerca di una dottrina che fornisse Risposte e non Negazioni.

Gli anni dell'ascesi

L'incontro con il Re Bimbisara

(p. 39)
La tradizione vuole che il re, guardando da una torre del suo palazzo dei monaci che si aggiravano per Rajagaha (capitale del Magadha), notò Shakyamuni e fece di tutto per incontrarlo. Capì che Shakyamuni aveva origini nobili e gli offrì enormi ricchezze ed il comando dei suoi eserciti.
Bimbisara è citato in diversi testi buddisti come persona di straordinarie qualità umane. Amava circondarsi di persone di talento in ogni campo, e ne era costantemente alla ricerca.
Shakyamuni rifiutò garbatamente l'offerta, dicendo che era alla ricerca della Verità. Allora Bimbisara gli chiese l'onore di essere il primo a conoscere le sue future scoperte e Shakyamuni glielo promise. Bimbisara diventò poi un suo seguace.
Anche il figlio di Bimbisara, Ajatashatru, divenne seguace di Shakyamuni, dopo però averne combinate delle belle in combutta con Devadatta, come vedremo più avanti.


I due eremiti Brahmani

(p. 42)
Shakyamuni inizialmente decise di seguire 2 saggi eremiti, maestri nella meditazione Yoga, che furono in ordine: Alara Kalama, che aveva raggiunto lo stadio noto come "la sfera del nulla", e Uddaka Ramaputta, che aveva raggiunto la "sfera dove non vi è coscienza né non-coscienza".
La Meditazione Yoga era tra le pratiche ascetiche tenute in maggior considerazione, e al tempo di Shakyamuni aveva assunto un significato filosofico e religioso più specifico. Il suo scopo era quello di Emancipare il proprio essere interiore dal corpo e dalla materia attraverso il controllo psichico autogeno. Tra le correnti del buddismo lo Zen è probabilmente quella più simile allo Yoga.
Lo scopo, in breve, è Liberarsi dalle sofferenze insite nella condizione umana.
Ma cosa si intende allora per Libertà? Oriente ed Occidente hanno mediamente visioni diverse: l'occidente si focalizza in particolare sulle "libertà sociali"; l'oriente punta invece ad "affrancarsi" dalle sofferenze umane, indipendentemente dalla società. I termini stessi del sanscrito (vimukti) e del giapponese (gedatsu) si traducono con Libertà, ma non hanno vocaboli realmente corrispondenti nelle lingue "occidentali". Il buddismo insegna che la via giusta è In Mezzo a questi 2 estremi, ma poi vedremo il perché.
Gli "stadi" di Samadhi (concentrazione) raggiunti da Alara Kalama ("la sfera del nulla") e da Uddaka Ramaputta ("sfera dove non vi è coscienza né non-coscienza") furono incorporati nei metodi buddisti di meditazione e disciplina. Shakyamuni seguì e superò ben presto i 2 maestri, ma non percepì questi risultati come la "meta raggiunta" della sua ricerca. Decise quindi di dedicarsi a forme di ascesi più severe.

La pratica dell'ascesi

(p. 45)
Vi dedicò 6 anni secondi alcuni, 10 anni secondo altri, in una foresta. Il luogo viene descritto come incantevole, ma le pratiche ascetiche furono durissime.
La pratica dell'ascesi si basa sull'Opposizione Dualistica tra Mente e Materia, ricercando appunto la liberazione da quest'ultima.
Le pratiche ascetiche erano di 4 tipi: il controllo della mente; la sospensione del respiro; il digiuno assoluto; una rigida dieta.
La sospensione del respiro era la più difficile. Si ferma il respiro di naso e bocca e il corpo comincia a respirare dalle orecchie che dolgono fortemente per dei rimbombi. Quando si interrompe il respiro delle orecchie arrivano violenti dolori alla testa. Lentamente il corpo arriva all'immobilità.
Il digiuno fino a una settimana era per i principianti. Gli "esperti" arrivavano a digiunare per 6 mesi. Nove degli undici principali seguaci di Nataputta (giainismo) digiunarono fino alla morte.
Ma perché Shakyamuni si dedicò a queste pratiche? Era un uomo di quei tempi, in cui si credeva che l'ascesi fosse la vera via per ottenere l'illuminazione. Egli si dedicò all'ascesi con una disciplina ed una severità mai viste prima, sottoponendosi a tremende torture. Ero lo sforzo commisurato allo scopo che si era prefisso. I 5 asceti che lo accompagnavano nelle pratiche temettero spesso per la sua vita.


L'abbandono dell'ascesi

(p. 49)
Si legge nel Dharmachakra-pravartana Sutra: "Vi sono 2 estremi in questo mondo, o monaci, che l'asceta dovrebbe evitare. Quali sono? Il dedicarsi ai desideri e l'indulgere al piacere dei sensi, che è cosa spregevole, bassa, depravata, ignobile e infruttuosa; la ricerca delle privazioni e della tortura, che è cosa dolorosa, ignobile e infruttuosa.
Vi è una Via di Mezzo, o monaci, scoperta dal Tathagata, che evita questi 2 estremi...
".
Edonismo ed Ascetismo sono poli opposti che hanno 1 caratteristica comune: sono prodotti del pensiero dualistico tra mente-spirito e corpo-materia.
Ciò che il buddismo chiama "buon senso" è la cosiddetta Via di Mezzo, la suprema filosofia che insegna che "corpo e mente" (shiki-shin) sono "due ma non-due" (funi). Il termine Funi compare spesso nei princìpi buddisti, come ad esempio Esho-funi (Unità di corpo/vita e ambiente). La legge universale abbraccia tutti gli esseri, senzienti e insenzienti, in ogni istante: non può esserci alcun dualismo perché ogni fenomeno ha un Origine Dipendente (interdipendenza) dagli altri fenomeni, in perfetta armonia (coerenza ineluttabile di causa-effetto simultaneo).
I 5 asceti, o Bhikkhu, che seguirono Shakyamuni durante quegli anni si sorpresero della sua decisione. Inizialmente dissero che egli si era dato al lusso ed aveva rinunciato alla lotta. Poi, come vedremo, diventarono i suoi primi 5 discepoli.

L'illuminazione

Buddh Gaya

(p. 53)
Shakyamuni si lavò in un fiume. Usanza tuttora praticata in India, lavarsi in un fiume simboleggia la volontà di purificare corpo e spirito. E' il gesto con cui Shakyamuni abbandona l'ascesi definitivamente.
Dopo aver mangiato una pappa di riso e latte, offertagli da una fanciulla di nome Sujata, Shakyamuni andò a sedersi sotto un grande albero "pipal" (poi chiamato albero della Bodhi o Illuminazione), molto diffuso nell'India dell'epoca, nella città di Gaya. Molti asceti indiani meditavano all'ombra di alberi e il pipal era tra i preferiti.
Gaya, oggi ribattezzata Buddh Gaya, è la località dove oggi sorge un tempio famoso, meta di pellegrinaggi e turismo.


La tentazione di Mara

(p. 55)
Prima di ottenere l'illuminazione Shakyamuni viene attaccato dal Re Mara: "Sei Stanco e debole[...] i tuoi sforzi sono vani e futili, perché la via al vero Dharma è dura, dolorosa e inaccessibile".
Il demone Mara attacca con l'Intimidazione e più avanti userà la Tentazione. Mara viene indicato come "Colui che uccide".
Ma cosa sono i demoni? Sono forze che emergono dall'intimo di chi intende raggiungere l'illuminazione. La filosofia buddista parla di Sansho Shima noti come "tre ostacoli e quattro demoni".
I 4 demoni, o 4 Mara, sono:
1) Bonnoma ("demone dell'inganno")
Rappresenta errori e cattive azioni che nascono dai desideri. Distrugge il corpo.
2) Omma ("demone della malattia")
3) Shima ("demone della morte")
4) Tenjima ("demone imperatore" o "demone del sesto cielo")
E' il più potente. Rappresenta l'ignoranza essenziale, l'inganno filosofico, la mancanza di comprensione.
Mara attacca Shakyamuni con i suoi 10 Eserciti:
1) Lussuria
2) Avversione
3) Fame e Sete
4) Bramosia
5) Ignavia e Indolenza
6) Vigliaccheria
7) Dubbio
8) Ipocrisia e Stupidità
9) Profitto, Fama, Onore e Gloria falsamente ottenuti
10) Lode di sé e Condanna degli altri
Tutto ciò descrive, come detto, qualcosa che avvenne nell'intimo di Shakyamuni. Il demone e i suoi eserciti agiscono all'interno dell'individuo, seppur provocati da cause esterne.
Vincere l'Intimidazione di Mara è stato il 1° Passo per ottenere l'illuminazione, e ne possiamo recepire il messaggio che "se una persona ha da raggiungere uno stato di grande illuminazione spirituale, non deve essere distratta da allettamenti e dal richiamo dei suoi futili desideri terreni.[...] I demoni non pervadono l'universo ma risiedono nella mente degli uomini" (Ikeda).
A prescindere dalla pratica religiosa seguita, raggiungere l'illuminazione non è e non potrebbe essere facile. E' bene non farsi illusioni su questo punto.


Che cos'é l'illuminazione

(p. 58)
Shakyamuni ottenne l'illuminazione all'alba.
Descrivere cosa fosse questa Illuminazione non è possibile. Il Daishonin stesso dice che l'illuminazione può essere "compresa solo tra Budda", con la loro stessa vita. Osando un po', dal momento che si comprende la totale compenetrazione tra la Legge presente nell'individuo e la Legge che regola l'universo, si può descrivere l'illuminazione come "una sorta di Risonanza verificatasi fra due condizioni di Budda: quella Universale e quella Individuale" (Ikeda). Questa Risonanza è percepibile in tutti gli stati vitali. Quando però avviene con la nostra Buddità intrinseca affermiamo che si tratta di Illuminazione, ovvero quella condizione interiore che può mutare il destino di una persona.


L'essenza dell'illuminazione di Shakyamuni

(p. 61)
Questo 1° Passo dell'illuminazione di Shakyamuni viene riportato nelle scritture in sanscrito con il termine "anuttara-samyak-sambodhi", che significa "saggezza insuperata e perfetta". Ma cosa avvenne quella notte, prima dell'alba? La veglia di Shakyamuni è descritta in 3 periodi.
Nel 1° periodo (o prima veglia) raggiunse la "saggezza dell'infinito passato". Dopo essersi distaccato tramite la meditazione da ogni attaccamento terreno, percepì tutte le sue vite passate e le vite passate degli universi.
Nel 2° periodo raggiunse la "saggezza dell'infinito futuro".
Comprese che non vi è sicurezza alcuna nel continuo fluire e rifluire delle esistenze in quanto la minaccia della morte e sempre presente.
E' il Karma che governa le vite di tutti gli esseri attraverso passato presente e futuro, in un processo di continua Trasmigrazione.


La legge della causalità

(p. 64)
Nel 3° e ultimo periodo Shakyamuni percepisce "la saggezza della legge di causa ed effetto". La teoria della causalità spesso è definita come "la fondamentale Interdipendenza delle cose". Si parla anche di "origine dipendente" o "produzione condizionata". Ogni cosa è, di per sé, materialmente vuota: tutto il suo significato va ricercato nel suo Interagire con l'universo, quindi con la
Legge.
"Nulla, sia nella natura sia nella società umana, conosce un momento di pausa, di riposo. Tutte le cose dell'universo sono in flusso costante, si levano e ricadono, appaiono e scompaiono, in termini sia temporali che spaziali". E' la Legge della Vita, un ciclo incessante di nascite e morti. Shakyamuni levò un grido di meraviglia a questa scoperta, come uno scienziato che trova conferma alle sue intuizioni.

Shakyamuni il maestro

La decisione di divulgare la legge

(p. 69)
I sutra Agama affermano che Shakyamuni rimase seduto a lungo ad assaporare la beatitudine della comprensione assoluta. Poi però subentrò il turbamento: occorreva decidere se rivelare ad altri la sua scoperta.
A questo punto appaiono Mara e Brahma.
Mara, con la cosiddetta Tentazione, gli suggerisce che non è necessaria alcuna divulgazione. Poi Shakyamuni reagisce e decide invece di condividere con tutta l'umanità ciò che lui ha ottenuto, e questo processo viene definito "la preghiera di Brahma".
E' un momento decisivo: Il 2° Passo dell'illuminazione di Shakyamuni. Se non fosse avvenuto Shakyamuni si sarebbe fermato a quello che conosciamo come l'8° stato vitale, il cosiddetto "mondo di realizzazione", chiamato in giapponese engaku e in sanscrito pratyeka-budda. Le persone in questo stato si possono definire anche "budda per se stessi" perché non hanno a cuore la felicità delle altre persone. Shakyamuni superò questo stadio, decidendo di praticare la via del Bodhisattva (9° mondo), manifestando quindi la più alta condizione vitale della Buddità (10° mondo). Possiamo definire il Budda l'Illuminato che pratica la via del Bodhisattva.
Secondo alcuni studiosi il "turbamento" di Shakyamuni era la "solitudine del Vero illuminato". "Tutti i grandi maestri della storia hanno conosciuto questo problema. Il saggio è sempre solo fra gli uomini, poiché egli solo conosce la verità[...]. Ma Quando prende la decisione di diffonderla, allora la verità da Chiusa diventa Universale. Soltanto allora egli cesserà di sentirsi solo" (Ikeda).


La ruota della legge

(p. 71)
Trascorse un mese dall'illuminazione al giorno in cui fece la sua prima predica a Sarnath, vicino la città di Benares. Volle anzitutto predicare ai 5 Bhikkhu con cui aveva condiviso il periodo ascetico.
I 5 asceti, per la diffidenza nata in loro quando Shakyamuni lasciò la foresta, lo trattarono inizialmente con freddezza, per poi ricredersi ben presto fino a diventare appunto i suoi primi 5 discepoli. Kaundanna in particolare fu il primo discepolo, perché fu il primo a comprendere gli insegnamenti di Shakyamuni.
Quale fu il primo insegnamento di Shakyamuni?
Opinione più diffusa è che Shakyamuni predicò la Via di Mezzo di cui abbiamo parlato prima, sollecitando il rifiuto dei 2 estremi, l'edonismo e l'ascetismo eccessivo, insegnando le "4 nobili verità" e l' "ottuplice sentiero".

Le 4 nobili verità sono una dottrina realistica e pratica:
1) tutta l'esistenza è dolore
2) il dolore è causato dall'egoismo
quindi la soluzione al problema:
3) l'egoismo può essere eliminato
4) questa eliminazione avviene seguendo l'ottuplice sentiero

L'ottuplice sentiero è appunto un "percorso" di princìpi da seguire:
1) retta visione
2) retto pensiero
3) retta parola
4) retta azione
5) retta vita
6) retto sforzo
7) retto ricordo
8) retta concentrazione
Era un "programma semplificato di pratica religiosa", ma non per questo una visione approssimativa dell'illuminazione di Shakyamuni.
La prima predica di Shakyamuni viene anche descritta come "la prima messa in moto della ruota della legge". Era una descrizione ispirata alla tradizione indiana del santo ideale, il Chakravarti-Raja o "Re che fa girare la ruota dell'universo".


I discepoli di Shakyamuni

(p. 76)
Dopo qualche anno i discepoli di Shakyamuni superavano il migliaio. La maggior parte di questi proveniva da famiglie reali o di mercanti, come abbiamo visto tradizionalmente alla ricerca di santi e saggi. Era poi tradizione che quando si convertiva un re o un capofamiglia, amici e conoscenti naturalmente si incuriosivano della cosa. Questo spiega in parte la rapida moltiplicazione del numero dei seguaci.
Nagarjuna ha suddiviso i metodi di propagazione di Shakyamuni in 4 tipi:
1°) andava incontro ai bisogni di chi ascoltava
2°) si basava sulle capacità intellettuali degli ascoltatori
3°) consisteva nel correggere e refutare gli errori degli ascoltatori
4°) consisteva nel predicare la verità ultima quando gli ascoltatori avevano raggiunto un livello elevato di comprensione.
Poste le "basi", Shakyamuni lasciò Benares e iniziò un lungo periodo di peregrinazione per propagare la fede. Non si portò dietro nessuno. Ognuno dei discepoli fu da lui invitato a partire, Da Solo, a svolgere attività di propagazione, proprio come avrebbe fatto lui.
Ci sono 2 aspetti importanti da considerare: anzitutto che Shakyamuni poneva grande fiducia in ogni individuo; e poi che la propagazione è un aspetto della pratica della fede.


La predicazione a Uruvela

(p. 80)
E' il periodo in cui Shakyamuni convertì il re Bimbisara del Magadha, i famosi discepoli Shariputra, Maudgalyayana, Mahakashyapa e i tre fratelli del clan dei Kashiapa. Questi ultimi erano 3 prestigiosi asceti brahmani che avevano un seguito di circa 1000 discepoli. La loro conversione, dei 3 asceti e dei relativi discepoli, costituisce forse la più grande conversione di massa al buddismo di sempre. Il re Bimbisara donò un vasto terreno noto come il "Bosco di Bambù" dove fece costruire un monastero per Shakyamuni e gli ormai oltre 1000 discepoli.
Questi fatti ebbero 2 conseguenze: la prima era che nasceva a tutti gli effetti un ordine monastico buddista; la seconda che provocarono grande risonanza in tutta l'India, in particolare per la conversione di Bimbisara.

I discepoli

Shariputra e Maudgalyayana

(p. 85)
Nati entrambi in famiglie brahmane, erano intimi amici sin dall'infanzia ed entrambi considerati giovani di grande talento. Insoddisfatti del brahmanesimo, incontrarono Sanjaya Velatthiputta (uno dei "6 maestri non buddisti") e diventarono suoi seguaci. Sanjaya era famoso per un nichilismo ed uno scetticismo estremi. Pur seguendolo con molta attenzione ben presto ne furono insoddisfatti. Sanjaya era particolarmente orgoglioso dei 2 giovani, che considerava suoi futuri successori.
Shariputra un giorno incontrò un discepolo di Shakyamuni, tale Assaji. Forse Assaji era uno dei 5 asceti della prima predica. Shariputra gli chiese chi fosse il suo maestro, colpito dalla serenità che manifestava Assaji.
Assaji disse che il suo maestro era Shakyamuni, ma con grande modestia aggiunse che, essendo egli da poco nell'ordine buddista, non era in grado di esporre in modo adeguato le sue dottrine. Alla fine però, dopo le pressanti insistenze, qualcosa disse a Shariputra, e fu sufficiente a convincerlo.
In realtà Shariputra si convinse ammirando la personificazione dell'insegnamento rappresentata da Assaji, e non certo la sua eloquenza, e questo è il 1° aspetto che rende molto importante l'episodio.
Il 2° aspetto è l'estrema onestà e integrità morale di Assaji. Occorre molto studio e molta disciplina per impadronirsi delle dottrine, ma si può già dagli inizi avere un atteggiamento corretto.
Comunque si siano svolti i fatti, Shariputra corse dall'amico Maudgalyayana per parlargliene, ed entrambi decisero di seguire Shakyamuni. Anche i 250 novizi seguiti dai 2 amici decisero di seguirli. Inutile dire che fu un colpo molto duro per Sanjaya. Di fatto avvenne il crollo della sua intera setta.
Shakyamuni si accorse presto di aver guadagnato 2 discepoli di altissime capacità, e quando li accolse con i loro 250 seguaci predisse loro che sarebbero diventati "i primi" fra tutti i suoi discepoli.
Shariputra divenne "il primo nella saggezza" e Maudgalyayana "il primo nei poteri magici".
Da un altro punto di vista, la conversione di Shariputra e Maudgalyayana rappresenta bene come il buddismo assurge al ruolo di religione in grado di confutare le tendenze nichiliste e scettiche del tempo. E' un fatto di importanza storica, dal punto di vista della "storia del pensiero".
"Quando nasce un nuovo sistema di pensiero, è naturale che esso non solo cerchi di esporre le proprie idee, ma tenti di confutare quelle delle scuole rivali, in particolare quelle che propugnano dottrine più antiche o più popolari" (Ikeda). Shakyamuni da inizio ad una "guerra delle idee", e gli "scontri" dialettici con brahmini si fanno sempre più frequenti.


Mahakashyapa

(p. 85)
Era considerato "il primo nella pratica ascetica". Sebbene Shakyamuni respingesse l'ascetismo, tollerava il Dhuta, un insieme di precetti non rigorosissimi sul modo di mangiare, vestire e vivere di elemosine.
Suo grande merito quello di aver convocato, dopo la morte di Shakyamuni, il Primo Concilio, e anche quello di aver redatto le regole del canone buddista.
Era un uomo quindi rigoroso e austero. Per questi motivi era temuto e rispettato, ma non di rado anche criticato e persino odiato. Era quel tipo di uomo che, quando non vengono ben comprese le ragioni del loro comportamento, vengono fraintesi e suscitano invidia e freddezza.
Non aveva inoltre grande eloquenza e quindi non era un abile predicatore. Ma la sua devozione e la sua fermezza nel "mettere in pratica" gli insegnamenti di Shakyamuni non aveva rivali. Era fondamentale anche nel gestire gli aspetti, per così dire, amministrativi all'interno dell'ordine.
In un periodo di forti critiche, Shakyamuni lo fece sedere accanto a se durante una predica. Un onore mai concesso a nessun altro. Shakyamuni era un grande conoscitore degli uomini, e mostrava un rispetto sconfinato per tutti. Il buddismo non propone uno stereotipo di uomo ideale; non tende a creare dell'uomo un immagine fissa.(Ikeda). E' un punto molto importante.


Sudatta

(p. 93)
Apparteneva alla casta dei Kshatrya che raccoglieva guerrieri e ricchi mercanti. Era appunto un mercante di savatthi, nel Koshala, il potente stato confinante con quello degli Shakya.
Sudatta era considerato l'uomo più ricco di tutto il Koshala e la sua conversione provocò molto fermento. Egli non era noto solo per la ricchezza ma anche per la grande generosità che mostrava nei confronti di ogni persona. Veniva chiamato Anathapindada, o "Soccorritore dei bisognosi".
Donò all'ordine il famoso "monastero del bosco di Jeta".


La visita di Shakyamuni a Kapilavastu

(p. 95)
Avvenne poco dopo la conversione di Sudatta. Shakyamuni non era mai rientrato prima nella sua patria da quando se ne era allontanato, e mancava da parecchi anni.
A Kapilavastu già sapevano della sua illuminazione. Pur essendo gli Shakya molto conservatori dal punto di vista religioso, dopo una dimostrazione di Shakyamuni dei suoi poteri mistici alcuni di essi si convertirono.
Il primo a convertirsi fu il padre, il re Shuddhodana, seguito dal figlio Rahula. Poi si convertirono altri che diventarono famosi discepoli come Upali, Anuruddha, Ananda e Devadatta. Rahula, curato personalmente da Shariputra, si distinse come "il primo fra coloro che amano praticare l'autodisciplina".


Ananda

(p. 97)
Era fratello di Devadatta e cugino di Shakyamuni. Pur molto giovane divenne presto il suo discepolo prediletto. Descritto come "il primo nella protezione della legge" aveva una memoria prodigiosa che gli consentiva di ricordare tutti i sermoni e le parole pronunciate anche una sola volta dal Budda. Insieme a Mahakashyapa ebbe un ruolo fondamentale durante il Primo Concilio (di cui parleremo) recitando a memoria tutti quei testi che ora chiamiamo Sutra.
E pensare che la sua partecipazione al Concilio era in dubbio. Ananda era trattato con freddezza dai monaci più anziani. Egli era l'accompagnatore e assistente personale di Shakyamuni, fino alla sua morte, ma secondo molti non dimostrava la dovuta riverenza. Inoltre su sua insistenza le donne furono ammesse tra i monaci e ciò provocò non pochi mugugni. Inoltre era fratello di Devadatta, quest'ultimo essendo colui che attentò a più riprese alla vita del Budda. La sua vicinanza costante al Budda attirava anche non poche invidie.
Insomma era un giovane, di mentalità aperta e natura mite e generosa.
Tutto il Buddismo, di ogni corrente, gli deve moltissimo.


Upali e Anuruddha

(p. 98)
Anche Upali e Anuruddha appartenevano alla cerchia ristretta dei 10 principali discepoli del Budda.
Upali era "il primo nel vinaya" ovvero in disciplina. Egli costituiva un eccezione: era di umili origini, faceva il barbiere alla corte di Kapilavastu. All'epoca erano solo i membri di casta elevata a dedicarsi alla vita religiosa. Shakyamuni fu molto protettivo con lui nell'intento di combattere i pregiudizi sociali molto radicati nell'India del tempo. All'interno del Sangha (Ordine Buddista) non vigevano differenze di rango se non quelle dettate dall'anzianità di conversione.
Anuruddha era "il primo nella divina percezione", proprio perché sebbene cieco percepiva tutto in modo straordinario. Un aneddoto curioso ci racconta come diventò cieco. Durante un sermone del Budda si assopì e questi lo rimproverò severamente. Prese una decisione "drastica" per impedire che gli occhi si chiudessero, perseverando sino a perdere la vista. Un uomo dalla volontà inflessibile.

L'espansione dell'ordine

Gli altri discepoli principali

(p. 101)
Rimangono altri 3 discepoli: Purna, Katyayana e Subhuti.
Purna era "il primo nell'oratoria e nelle prediche". Apparteneva alla classe dei ricchi mercanti come Sudatta. Conobbe il Buddismo durante un viaggio di affari a Savatthi, capitale del Koshala. E' probabile che l'aver avuto una lunga esperienza di mercante gli abbia insegnato molto sulla "psicologia" degli uomini, e come tutti i buoni uomini d'affari egli doveva avere imparato a leggere nella mente delle presone con cui trattava. Da ciò la sua eccellenza nell'eloquenza e nel saper usare il linguaggio adatto alle persone che incontrava.
Katyayana si convertì a Savatthi come Purna. Era "il primo nell'analisi e nell'esegesi delle massime del Budda". Pare che fosse un teorico abilissimo, particolarmente bravo nell'ordinare sistematicamente le enunciazioni del Budda e nel presentarle in una forma lucida e incisiva.
Subhuti era "il primo nella comprensione della dottrina della shunyata" o del Vuoto. In realtà la sua caratteristica principale era "la mancanza di caratteristiche", fatto curioso ma distintivo. Si distingueva non tanto per la comprensione di qualcosa, quanto per la sua personalità equilibrata e armoniosa, di animo gentile e modesto. Potremmo definirlo "il primo nell'essere un uomo comune".
Al di là di aneddoti e leggende, "[...] Non possiamo che restare colpiti dalla straordinaria diversità nel carattere e nella personalità dei dieci principali discepoli del Budda, e al tempo stesso dalla grande abilità che egli dimostrò nello sfruttare al meglio i loro talenti e le loro capacità.[...] La vera guida è colui che con abilità e intelligenza sviluppa al massimo le qualità di ogni tipo di persona, anche di quelle radicalmente diverse da lui e che non corrispondono ai suoi gusti, e sa utilizzarle per creare un Tutto armonioso e ben equilibrato." (Ikeda). Shakyamuni è un grande esempio di Leader Ideale.


La città di Savatthi

(p. 104)
Era la capitale del Koshala, molto popolosa, e si diceva che quasi le metà delle persone che l'abitavano si fosse convertita al buddismo o fosse ben disposta verso di esso.
Secondo alcuni la grande diffusione del buddismo fu dovuta anzitutto agli sforzi del mercante Sudatta. Il monastero di Jetavana, che egli fece costruire, era utilizzato dai monaci per lo Studio e la Meditazione, soprattutto durante la stagione delle piogge, poco adatta alla propagazione. Divenne una sorta di quartier generale per Shakyamuni e i suoi discepoli.
Ovviamente anche le religioni rivali, in testa i Brahmani, si concentrarono nel Koshala anche per contrastare l'ascesa del buddismo. L'ambiente intorno al monastero non era certo cordiale. Non mancarono neppure episodi di attacco personale, complotti e calunnie nei confronti di Shakyamuni.
Il problema non era solo religioso ed un episodio noto lo esemplifica bene.
Ad un brahmino che incontrandolo lo chiamò "monaco spregevole di bassa lega" Skakyamuni rispose dicendo: "Nessun brahmano è brahmano per nascita; nessun fuori casta è fuori casta per nascita. Un fuori casta è tale per le sue azioni; un brahmano è tale per le sue azioni".
Shakyamuni non era un agitatore sociale, ma predicando l'assoluta uguaglianza delle persone non poteva certo essere ben visto da chi faceva delle caste un dogma ineluttabile. Pur non potendo determinare "modifiche sociali" in tutto il paese, Shakyamuni si premurò di continuo che all'interno dell'ordine dei monaci non si infiltrasse, per simbiosi, un sistema simile alle caste o in qualche modo discriminativo.
Molti episodi e aneddoti vengono ricordati del periodo di Shakyamuni a Savatthi.
Molto importante la conversione di una donna poi nota col nome di Mrigara-Matri. Donna forte e determinata, ebbe un ruolo decisivo nell'aiutare Shakyamuni ad affrontare gli attacchi calunniosi.
Interessante la conversione del re del Koshala, Pasenadi, colpito dal fatto che Shakyamuni riscuotesse un rispetto ed una venerazione pari a quelle dovute proprio ad un re o ad un sacerdote brahmano.
Colorita la conversione di Chih-man, che significa "parrucca di dita". Brahmano di nascita, dopo esperienze negative perse fiducia in tutto e si dette alla vita di fuorilegge. Era un vero terrore per la popolazione. Usava le dita delle vittime per ornare la sua "parrucca". Nonostante tutto Shakyamuni andò a trovarlo e usando poteri magici lo convertì. Shakyamuni era indubbiamente un uomo coraggioso, e dimostrò che anche il più malvagio degli uomini può essere salvato.


L'organizzazione dell'ordine

(p. 110)
Oltre al monastero di Jetavana nel Koshala, anche nel resto dell'India, con il progredire della diffusione, nacquero altri monasteri. Tra i più famosi quello della Grotta delle Sette Foglie a Rajagaha, dove si tenne il Primo Concilio, il monastero della Grande Foresta vicino Vaishali e il monastero del Parco dei Cervi a Benares. Probabilmente questi erano anche i centri principali per la propagazione del buddismo.
Dopo diverse fasi, il Sangha (ordine) venne a comporsi di 4 comunità: i bhikkhu (monaci), le bhikkhuni (monache), gli upasaka (fedeli laici) e le upasika (fedeli laiche). Non v'è certezza riguardo ai precetti che seguivano i monaci (250 per gli uomini e 500 per le donne, secondo alcuni), quasi sicuramente codificati in gran parte dopo la morte del budda.
Quanto segue è quello che più comunemente viene accettato.
I Monaci erano tenuti al massimo rispetto della cosiddetta "Triade di gemme": il Budda, il Dharma ovvero la legge, il Sangha ovvero la comunità dei fedeli. Per la pratica religiosa c'era il dhyana (meditazione), il prajna (saggezza), e l'osservanza di alcuni precetti.
I Laici osservavano 5 semplici princìpi etici: non uccidere, non prendere ciò che non è dato, non commettere adulterio, non mentire, non bere bevande inebrianti. Essenzialmente, contemplando la legge, il laico ricercava la saggezza e il miglioramento della propria persona.
Perché allora furono poi codificati i sopraccitati 250 o 500 precetti per monaci e monache? E' Probabile che dopo la morte di Shakyamuni si puntò sulla "disciplina" per mantenere "ordine" nel Sangha. Però questa severità snaturò il buddismo, e ancora adesso nel mondo molti credono che questa religione richieda una vita monastica e piena di rinunce e precetti inflessibili. Per non parlare di chi pensa che porti a sviluppare chissà quali poteri. Ai tempi di Shakyamuni i monaci conducevano sì una vita più rigorosa dei laici ma non così distaccata e inavvicinabile come poi è diventata.
I precetti crearono una linea di demarcazione netta tra monaci e laici, mandando a farsi benedire Uguaglianza e Via Di Mezzo!
All'inizio le donne non erano ammesse nell'ordine. Molte lo chiedevano ma era lo stesso Shakyamuni a respingerle. Solo negli ultimi anni della sua vita, e dopo pressanti insistenze di Ananda, si convinse. La prima monaca fu Mahaprajapati, zia e madre putativa di Shakyamuni.
Eppure Shakyamuni predicava l'uguaglianza senza alcuna distinzione "tradizionale" tra gli individui, ivi compresa quella tra i sessi. Allora dove risiedevano le sue resistenze alle donne nell'ordine monastico?
Si può pensare semplicemente ad un problema di opportunità. Il timore che la "distrazione" causata dal sesso potesse distrarre i discepoli dalle pratiche religiose doveva essere molto forte. La letteratura indiana descriveva le donne come esseri essenzialmente lussuriosi e litigiosi, e addirittura la società indiana equiparava le donne, dopo aver svolto la funzione di procreare, alla stregua degli schiavi.
Nei primi insegnamenti di Shakyamuni la situazione della donna è ritratta in tal modo da incoraggiarla a prendere fede per poter rinascere come uomo nella vita successiva, e poter finalmente raggiungere l'illuminazione. Essere donna insomma era l'effetto di un cattivo karma, un vero handicap spirituale. Fu il buddismo Mahayana, in particolare nel Sutra del Loto, ad affermare che la donna, come tutti, può ottenere l'illuminazione nella forma presente.


La ribellione di Devadatta

(p. 113)
Devadatta era un nobile degli Shakya, cugino di Shakyamuni e più giovane di quest'ultimo di circa trent'anni. Era anche fratello di Ananda.
Gli episodi che seguono avvennero negli ultimi anni di vita di Shakyamuni.
Il problema di Devadatta era che, dopo anni di sussiego, ad un certo momento si inebriò del desiderio di conquistare la guida dell'ordine buddista, sottraendolo a Shakyamuni. Il primo passo fu conquistarsi la fiducia di Ajatashatru, figlio del re Bimbisara.
Si formò quindi un'alleanza che era una "Risonanza di Avidità": Ajatashatru era invidioso del prestigio del padre; Devadatta di quello di Shakyamuni. Devadatta fomentava lo scontento e la frustrazione del principe. Ajatashatru faceva invece donazioni molto vistose al monaco, tali da suscitare invidie da parte di altri monaci, invidie severamente redarguite da Shakyamuni.
Ad un certo momento Devadatta si convinse a tal punto di essere la degna guida dell'ordine da chiederlo esplicitamente a Shakyamuni, il quale rispose che non avrebbe affidato l'ordine a nessuno dei suoi discepoli, e a lui meno che ad altri! Le cateratte della collera di Devadatta s'aprirono di schianto!
Incitò Ajatashatru a liberarsi del padre e a diventare re del Maghada, cosa che avvenne. Non è chiaro se Ajatashatru uccise il padre, re Bimbisara, o se questi si allontanò da se. Quindi attentò alla vita di Shakyamuni a più riprese, assoldando sicari, provocando valanghe, imbizzarrendo elefanti. Il massimo risultato che ottenne fu una leggera ferita al piede con la valanga di roccia.
Non potendolo uccidere cambia obiettivo: seminare discordia all'interno dell'ordine (del quale continuava a far parte).
Propone ai monaci di seguire le cosiddette "5 pratiche": (1) che i monaci dimorassero in luoghi remoti, lontani da città e villaggi; (2) che vivessero soltanto di elemosine e rifiutassero offerte e inviti; (3) che indossassero solo vesti fatte di stracci e non abiti ricevuti in dono; (4) che sedessero sotto gli alberi e non entrassero nelle case; (5) che non mangiassero carne animale o pesce.
Se queste proposte servivano ad "indurire" le condizioni di vita dei monaci ne possiamo dedurre cha l'ordine buddista non praticava forme estreme di austerità o disciplina (per rispondere ulteriormente alla precedente domanda dei precetti). Tant'è che, come Devadatta aveva previsto, Shakyamuni respinse la proposta senza mezzi termini. Devadatta allora si elevò a "sant'uomo", accusando Shakyamuni di non esserlo, e con 500 neofiti si allontanò dall'ordine.
Fu il 1° Scisma della storia del Sangha.
"[...] proclamandosi più puri e santi degli altri, gli uomini ambiziosi ingannano e portano alla rovina le altre persone [...] non si può mai giudicare un uomo in base alle sue sole parole [...] spesso nella storia dell'umanità simili appelli di fedeltà a princìpi più alti vengono utilizzati da Ipocriti come mezzi per fuorviare i loro simili al servizio dei loro disegni". (Ikeda)
Lo scisma fu solo temporaneo. Shakyamuni inviò Shariputra e Maudgalyayana a predicare ai monaci dissidenti che tornarono subito sui loro passi. Devadatta quando lo seppe ne ebbe una tale collera che cominciò a tossire e a sputare sangue e poco dopo morì.
Il Sutra del Loto contiene un capitolo su Devadatta, dove si mette in evidenza che anche un tale individuo può ottenere l'illuminazione. Inoltre si mette in guardia chiunque dal diventare "un devadatta". L'ambizione e la bramosia di onori e di ricchezza dimorano nei recessi dell'animo di ciascuno di noi e fanno parte della natura umana. Per tali ragioni l'episodio di Devadatta è di grandissima importanza e offre sempre motivi di riflessione.
Ajatashatru dopo una grave malattia si pentì e divenne un devoto buddista, noto per aver contribuito a raccogliere e ordinare gli insegnamenti buddisti.

L'entrata nel Nirvana

I tristi eventi che accompagnarono gli ultimi anni di Shakyamuni

(p. 119)
La morte del Budda è raccontata nel Mahaparinirvana Sutra, o Sutra del Nirvana, l'unico sutra successivo al Sutra del Loto basandosi sulla cronologia della vita del Budda. Non è più Shakyamuni a parlare, come nel Sutra del Loto, ma questo sutra contiene i ricordi dei discepoli.
Shakyamuni, accompagnato dall'onnipresente Ananda e da altri 500 discepoli, si recò a Kushinagara, dove morì. Il sutra narra dei 6 mesi anteriori e dei 6 posteriori la morte del Budda, descrivendo anche i funerali, la cremazione e la distribuzione delle ceneri ai dolenti.
Ma, prima della morte, vi furono 2 eventi in rapida successione che provocarono grande dolore Shakyamuni:
1) morte di Shariputra e Maudgalyayana.
Shariputra e Maudgalyayana costituivano i veri pilastri dell'ordine, e la loro importanza per la "successione" di Shakyamuni era assoluta. In alcune scritture giainiste Shariputra è addirittura indicato come il capo dell'ordine buddista, anziché Shakyamuni.
Shariputra morì per una malattia, mentre Maudgalyayana, poco tempo dopo, pare sia stato ucciso da un brahmano.
Fu un colpo molto duro per Shakyamuni, che affermò: "Da quando Shariputra e Maudgalyayana sono morti, questa assemblea mi sembra deserta". Era il momento del dolore al quale reagì presto, vedendo lo scoramento presente tra gli altri discepoli. Li ammonì severamente: "Quale ragione avete di piangere? Che cosa avete perduto con la morte di Shariputra?". La Transitorietà delle cose e delle persone è l'essenza di questo mondo. Qualsiasi cosa capiti, nessuno deve mai perdere il senso della propria identità.
2) declino della tribù degli Shakya.
Vidudabha, figlio del re Pasenadi che era un devoto di Shakyamuni, si impossessò del trono del Koshala durante un'assenza del padre. Per motivi vari aveva in odio la tribù degli Shakya. Dopo vari tentativi di attacco falliti per la presenza di Shakyamuni, alla fine distrusse il piccolo regno.


L'ultimo viaggio

(p. 122)
Shakyamuni predicò il Sutra del Loto dal famoso Picco dell'avvoltoio (o dell'aquila). Non è un monte particolarmente alto, ma ha una bellissima foresta ed una sorgente d'acqua calda, cosa assai rara in India. Era indubbiamente un luogo gradevole dove ritirarsi a meditare.
Dal picco dell'avvoltoio partì per l'ultimo viaggio. Aveva ormai ottant'anni.
Sempre accompagnato da Ananda, che probabilmente svolgeva anche il compito di bastone, raggiunse un luogo chiamato Venugrama (Bosco di Bambù) dove rimase per tutta la stagione dei monsoni e dove si ammalò gravemente. Shakyamuni poi si riprese, ma si stupì della mancanza di preoccupazione di Ananda, il quale era certo che il Budda non sarebbe morto senza impartire le "direttive" per il futuro del Sangha.
Shakyamuni parlò chiaro ad Ananda: "Cosa si aspetta l'ordine da me? Io ho insegnato la Legge senza fare alcuna differenza fra dottrine esoteriche ed essoteriche, perché il Risvegliato non è certo colui che cela qualcosa ai suoi discepoli". Quanto all'ordine proseguì: "Se qualcuno pensa 'Io guiderò il Sangha' [...] questi è colui che dovrà fissare le regole per i bhikkhu. Tuttavia il Tathagata non pensa 'Sono io che guiderò il Sangha' o 'I bhikkhu dipendono da me' ".
E' una rivelazione importante. Shakyamuni si dichiara un membro dell'ordine. Il suo atteggiamento verso i discepoli era quello di un amico, di un compagno che tendeva alle stessa mete e accettava la stessa filosofia di vita. (Ikeda).
Successivamente Shakyamuni si rivolse ai discepoli con queste parole: "Perciò siate voi stessi la vostra isola. Prendete il vostro Io come rifugio. Non cercate rifugio in altro che in voi stessi. Attenetevi fermamente alla legge e fate che essa sia la vostra isola[...]".
L'individuo deve arrivare nel proprio intimo a una salda comprensione [...] e proseguire per la sua strada con questa comprensione come unica compagna. [...] Nessuna religione dà maggiore importanza del buddismo alla dignità dell'individuo e alla sua individualità [...] L'unico assoluto è il Dharma, o legge della vita, che altro non è se non ciò che esiste all'interno dell'io [...] In altre parole, egli trasforma il suo io attuale e mutevole nell'io quale dovrebbe essere, l'io in perfetta armonia con la legge. Questo Umanesimo e questo concetto di Rivoluzione Umana costituiscono la vera essenza della religione buddista. (Ikeda).


Chunda il fabbro

(p. 125)
Dopo i monsoni Shakyamuni si rimise in viaggio, e a un certo punto si fermarono in una località di nome Pava, in un bosco di alberi di mango. Chunda, un fabbro del villaggio vicino, si onorò di ospitare il Budda e i suoi discepoli a pranzo, dove tra le altre cose offrì dei funghi i quali probabilmente furono fatali al fisico indebolito di Shakyamuni, provocandogli diarrea ed emorragie intestinali.
Ananda redarguì duramente il fabbro ma Shakyamuni lo zittì. Disse anzi che Chunda avrebbe ricevuto grandi ricompense per il pasto loro offerto con tanta sincerità.


Il Parinirvana

(p. 127)
Shakyamuni si rimise in viaggio ma non andò lontano. L'ultima sosta fu a Kushinagara, vicino Kapilavastu.
Disteso su un giaciglio preparatogli da Ananda, Shakyamuni fece le sue ultime prediche. Le sue ultime parole pare siano state: "La decomposizione è nella natura di tutte le cose composite. Operate con diligenza per la vostra salvezza". Insegnò la legge fino all'ultimo respiro.
Vi furono ovviamente funerali solenni e le sue ceneri vennero sparse per tutta l'India.
La morte di un uomo veramente grande spesso segna l'inizio piuttosto che la fine di un'epoca. Il fatto determinante è se un uomo abbia vissuto essenzialmente per la sua gloria o abbia dedicato la sua esistenza alla ricerca degli eterni princìpi di verità e della vera felicità dell'umanità intera. Shakyamuni appartenne a quest'ultima categoria e il suo messaggio, lungi dal perire con lui, è stato trasmesso ai posteri dai suoi seguaci, dando inizio ad un'era nuova nella storia spirituale dell'umanità. (Ikeda).


martedì 3 febbraio 2004

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L'idea di Pace e il Pacifismo

(sintesi opera omonima di Max Scheler 1926)

Sempre, in ogni epoca, assumere posizioni intellettuali e di coscienza a riguardo della realizzazione della Pace Perpetua è stato molto difficile.

Scheler in considerazione di ciò trae subito 2 conclusioni:

1) E' certo che la Pace Perpetua è un valore positivo supremo, a cui mirare. Non si spiegherebbero altrimenti gli sforzi compiuti in tal senso da tutti i migliori geni dell'umanità.

2) E' pur vero che, a fronte di questi importanti impegni e sforzi, l'umanità ha conosciuto e continua a conoscere guerre sempre più sanguinose. Dobbiamo quindi accettare la guerra come un evento periodicamente inevitabile e imprevedibile? E' utopico o ragionevole pensare alla realizzazione della Pace Perpetua?

Scheler non condivide le forme, molto diverse fra loro, di Naturalismo Storico e Filosofico che hanno individuato una sorta di "sovrastruttura", di ordine sociale o istintivo-spirituale, al governo di quei meccanismi che generano la pace piuttosto che la guerra. Gli appare invece, da un approccio deterministico della Storia, una ordine casuale e accidentale "fra idee e valori" da una parte, "tendenze dinamiche e interessi" dall'altra.

4 sono le questioni che Scheler pone alla base delle sue analisi:

I.La Pace Perpetua è un Valore Positivo, può cioè rappresentare una sorta di stella polare, di guida per ogni agire umano e politico?

II.Esiste, in relazione al raggiungimento della Pace Perpetua, una Teoria Evolutiva accertabile nella storia a noi nota?

III.E' possibile prevedere una realizzazione della Pace Perpetua?

IV.Esistono metodi sistematici che ci permettano già oggi di iniziare a costruire in qualche modo la Pace Perpetua?

A premessa delle risposte Scheler chiarisce che il Pacifismo Universale è quel pensiero che risponde Si a queste 4 questioni. Il Pacifismo non è una semplice "disposizione spirituale individuale".
Il Militarismo di Principio risponde invece No alla I questione.
Differenti risposte alla III e alla IV questione producono le diverse "sfumature", più avanti chiarite, che intercorrono tra Pacifismo e Militarismo.


Risposta a I)
La Pace Perpetua è un Valore Positivo, ovvero può rappresentare una sorta di stella polare, di guida per ogni agire umano e politico?

Non v'è dubbio che la Pace Perpetua rappresenta un valore incondizionatamente positivo. "La guerra e la vita militare non risiedono nella essenza della natura umana".
Il Militarismo di Principio nega l'utilità di questo valore.
Il Militarismo Strumentale invece lo accetta, pur riconoscendo alla guerra e alle forme militari il valore di strumento realistico nell'affrontare circostanze ben delimitate.
Scheler sottolinea una Possibilità da lui sostenuta in altri scritti, e cioè che "il Militarismo di Principio può risultare talvolta associato alla più elevata inclinazione pacifica in politica". E' quella forma di Militarismo che apprezza le Forme di vita militare in quanto tali, e non applicate su un campo di battaglia.

A ragione di ciò argomenta 5 ragioni (nello scritto originale elenca prima le regioni e poi le risposte, che per motivi di sintesi espongo invece alternativamente):

1. Ragione
La guerra deve nascere "in ragione di un ideale eroico", per dare agli uomini l'occasione di sviluppare "nobili qualità e virtù": forza, magnanimità, senso del sacrificio e dell'onore, spregio della morte, ecc... .
Risposta
L'Uomo Eroico non si realizza solo in guerra, ma anche e soprattutto in pace. Si pensi all'eroismo della non-violenza; si pensi all'opera grandiosa di Ghandi, politica e morale.
Vi è anche un eroismo nel lavoro, in professioni impegnative e pericolose, e anche un importante Eroismo Silenzioso che affronta le avversità con senso del dovere e creatività nel risolverle. Pensare ad eroi in guerra, con la tecnica e la meccanizzazione attuali, è oltretutto anacronistico.
Ma, è questa un'epoca che richiede Eroi?
No. Il Modello Umano di riferimento più elevato attualmente è il Saggio, il Genio, il Volenteroso. Il "genio del cuore" supera il "genio della forza". Il "genio del cuore" si eredita nelle generazioni presenti e future. Il "genio della forza" è estemporaneo e si spegne dopo l'atto.

2. Ragione
"
La guerra è la tempra dei popoli" dice Hegel. Senza tempi di guerra i popoli tendono ad un "rammollimento cronico". La guerra è quindi vista come uno strumento indispensabile ad attuare una selezione darwiniana, dentro e tra i popoli.
Risposta
Per combattere il "rammollimento" esistono validi metodi in tempo di pace: l'igiene, lo sport, l'impegno politico e sociale, ecc... . L'affermazione poi è falsa perché la guerra, si è dimostrato, intacca irreparabilmente le generazioni più giovani e più forti, e non quelle biologicamente più deboli.
Applicare poi le teorie di Darwin sulla selezione naturale al genere umano, ed in particolare alla funzione della guerra, è operazione di sillogismo euristico e forzato, in quanto collega situazioni che pur ipoteticamente Vere singolarmente, sono prive di una reale correlazione.

3. Ragione
Il servizio militare obbligatorio ha "forza educativa".
Risposta
Sostanzialmente si risponde come a (2). Anche lo sport, il lavoro, ecc..., sono attività fortemente educative.

4. Ragione
La guerra è madre generatrice di tutte le forme di cultura superiori. Le società primitive vivevano in modo sostanzialmente pacifico. Guerre e combattimenti, spesso ritualizzati, erano finalizzati alla sopravvivenza della famiglia. I Capi erano ordinati secondi legami di sangue e familiari (grande famiglia, gens, clan). Con l'avvento dello stato basato sulla forza, l'autorità della famiglia è stata sostituita dalla Violenza e dalla divisione in Classi. E' stato a questo punto che sono appunto nate le forma di Cultura Superiore e di Religione (religioni di fondatori, monoteismi).
Risposta
E' vero. Lo Stato Militare si è dimostrato essere la causa prima del sorgere delle culture superiori. Non si vuole discutere questa origine. Gli spiriti umani, una volta liberati, hanno sempre mostrato però una spontanea tendenza allo sviluppo autonomo. Non sono le guerre ad alimentarli. Anzi molte guerre, soprattutto quando di conquista, hanno causato la scomparsa e l'estinzione di interi popoli e, di conseguenza, di culture (si pensi soltanto alle culture autoctone dell'america del sud prima dell'arrivo degli spagnoli).

5. Ragione
La guerra ha più unito che diviso i popoli. E' una parte di quella forza che "vuole sempre il male e che crea sempre il bene" (si vis pace ad bellum). La guerra è quindi un fattore aggregativo.
Risposta
Appare l'argomentazione più valida. I grandi imperi occidentali sono sempre stati fondati con la guerra (romano, tedesco, napoleonico). Gli stati, più in generale, sono sorti e cambiati per Associazione o Espansione di regni e famiglie.
Il secondo metodo (espansione) è quello occidentale, il quale ha creato grandi imperi in tempi relativamente brevi, per poi vederli dissolvere in tempi perlomeno altrettanto brevi. E' il metodo basato sull'ideale dell'Uomo Eroe.
Il primo metodo (associazione) è più tipico dell'Asia (Cina, India, Giappone). Si propone di fondere tra loro diverse culture, e ricorre raramente alla violenza. E' il metodo basato sull'ideale dell'Uomo Saggio.


Risposta a II)
Esiste, in relazione alla raggiungimento della Pace Perpetua, una Teoria Evolutiva accertabile nella storia a noi nota?

La cura evolutiva della storia umana sembra verosimilmente tendere alla Pace Perpetua. Il Positivismo ha intravisto stadi evolutivi per la Pace Perpetua molto contestabili:

1. Teorizza le modificazioni dalle guerre di distruzione a quelle di asservimento o di annessione; dalle guerre di aggressione a quelle di difesa; ecc... . Confonde però le trasformazioni della guerra, che rimane comunque tale, con possibili stadi per il raggiungimento della Pace Perpetua.

2. Crede che il più profondo distacco, come situazione sociale, tra tempi di guerra e tempi di pace, ora delineatosi nel modo occidentale, indichi una tendenza dell'umanità alla Pace Perpetua.

3. Non riconosce cause extra-economiche della guerra, come quelle razziali e religiose. Ritiene anche che la guerra possa scomparire semplicemente liberalizzando gli scambi commerciali.

4. Al pari del marxismo, che considera il capitalismo (imperialista) responsabile di ogni guerra, così il positivismo attribuisce al nazionalismo tale responsabilità. Ma le guerre sono nate ben prima del sorgere delle nazioni. Sono addirittura state l'origine delle nazioni stesse.

5. Ignora le cause delle guerre in Europa, come la sovrappopolazione. Non sono problemi risolvibili con i progressi nella tecnica e nel commercio.

6. Pensare che le Repubbliche e le Democrazie non causino guerre è un falso clamorosamente dimostrato anche dalla storia più recente.

Scheler risponde con una diversa Teoria Evolutiva, che porterà alla Pace Perpetua.

1. Vi è una Legge Evolutiva Spirituale: l'istinto di potenza passa dalla violenza al potere, dal potere fisico a quello spirituale, dal potere sugli uomini a quello sulla natura (potere sulle cose), prima su quella organica e poi su quella inorganica.

2. Vi è poi una Legge di Riequilibrio fra tecniche vitali e psichiche (Asia), e tecniche materiali (Europa). Un forte impulso potrebbe provenire da un controllo eugenetico sulle nascite, ma la fede nella provvidenza esclude questa possibilità.

3. Infine vi è una Legge Evolutiva relativa alla spiritualizzazione dell'istinto di potenza: dalla violenza fisica al potere politico ed al prestigio; dal "diritto della forza" alla "forza del diritto"; dallo stato come dominio ad una organizzazione del benessere, diretta e guidata ma non dominata.


Risposta a III)
E' possibile prevedere una realizzazione della Pace Perpetua?

Lo stato attuale del mondo non lascia intravedere, in modo deterministico, possibilità concrete di Pace Perpetua. Troppe e tali sono le tensioni mondiali che potenzialmente sono cause di conflitto. Elenchiamone alcune:
- tra cultura borghese occidentale e bolscevismo russo
- tra la Gran Bretagna e i suoi domini coloniali
- in America e Giappone, causate dalla forte immigrazione
- economiche, tra Europa e capitalismo americano
- di Classe, sia in politica interna dei singoli stati che in politica internazionale (sono passate, esagerando, definizioni di "popoli capitalistici" e "popoli proletari").

Appare a questo punto un paradosso (dal punto II): prima Scheler sostiene che la Pace Perpetua non è prevedibile nel mondo attuale, poi passa ad illustrare una Teoria Evolutiva che invece la rende "prevedibile"... perché?
E' necessario inserire proprio le parole di Max Scheler.

"Alla suddetta questione occorre dunque rispondere così: è estremamente probabile che in un'epoca non troppo lontana, con l'alta tensione di tutte le forze morali, anche la Pace Perpetua possa subentrare. Tuttavia il pacifista può forse replicare: tu non ti arroghi forse la facoltà di Prevedere, dopo aver considerato la Pace Perpetua come impossibile in un'epoca determinabile?
Al riguardo io dico: in tutte le manifestazioni della vita è più facile prevedere ciò che è impossibile di quanto è possibile o addirittura reale!
Oppure si dice: tu parli qui di "evoluzioni" e di ciò che è impossibile in un futuro prevedibile, tuttavia tu dimentichi la "eterna libera volontà" dell'uomo. Come un singolo uomo può diventare un miserabile o un santo, così anche l'umanità vista come un tutto - così il filosofo francese Gratry. Io non dimentico affatto la libera volontà. Sono un avversario del puro determinismo storico, il quale dice: tu devi scorgere la direzione dello sviluppo e quindi inserirti ... . Noi anzi possiamo ben guidare e dirigere il flusso degli eventi, in primo luogo lo possono gli uomini di stato che comandano, ma in una qualche misura anche ciascun individuo in quanto soggetto politico".


Risposta a IV)
Esistono metodi sistematici che ci permettano già oggi di iniziare a costruire in qualche modo la Pace Perpetua?

Le idee e gli sforzi che si designano come Pacifismo non sono affatto qualcosa di unitario. Non vi è Un pacifismo, ma Differenti pacifismi, derivanti da diverse forme di pensiero spirituale, morale, religioso e politico.
Elenchiamoli e commentiamoli

1. Il Pacifismo eroico-individualistico del "non resistere contro la violenza" (non-resistenza o non-violenza)
E' il pacifismo che merita la più alta considerazione morale, in quanto è l'unica forma non basata su "ideologie interessate". Quasi tutte le altre forme di pacifismo lo sono.
L'ambiente ideale di questa forma di pacifismo non è l'occidente, bensì il mondo buddista. Il Budda ha posto fine ad ogni male e sofferenza attraverso una tecnica psichica e spirituale incomparabilmente grandiosa, insegnando a rinunciare ad ogni tipo di resistenza contro la violenza.
Questo pacifismo, se oggettivamente esatto e capace di diffondersi avrebbe enormi vantaggi rispetto a tutti gli altri. Soltanto esso infatti è uno "strumento assoluto" contro la guerra, in quanto si rivolge alla spiritualità di ogni singolo individuo. Inoltre non è una ideologia di classe, rivolgendosi contro la violenza rivoluzionaria quanto a quella della guerra.
E' un pacifismo per animi nobili e puri, di forte effetto, inattaccabile da critiche legate ad interessi di ogni genere.

Purtroppo appare difficilmente realizzabile, soprattutto per la complicata e improbabile esportabilità del pensiero Buddista al di fuori dell'Asia. L'occidente è irrimediabilmente orientato verso un sistema di valori positivistico. D'altra parte il successo di questo pacifismo risiede nella sua Accettazione Concreta come etica morale quotidiana da parte di ogni individuo, e non è sufficiente una distaccata approvazione.

2. Il Pacifismo Cristiano (semi-pacifismo)
E' fondato in parte sul Dogma e in parte sul Diritto Naturale. E' tipico della chiesa cattolica, che vorrebbe il Papa come arbitro delle controversie.
Una forma di pacifismo cattolica non può essere definita "pura", già in ragione della teoria di Tommaso D'Aquino, accettata dalla Chiesa, che ammette la "guerra giusta" quando è di difesa. Ha inoltre una influenza assolutamente "relativa", dato che può suscitare effetti solo laddove l'autorità della Chiesa è riconosciuta. Gli imperi asiatici, il mondo islamico, il mondo evangelico (in particolare l'area anglosassone), i liberi pensatori, tutte le religioni e metafisiche non dogmatiche e extraconfessionali, i positivisti, i marxisti, la Russia bolscevica, ecc..., non riconosceranno mai il Papa come arbitro del mondo.
Queste obiezioni non intendono negare il valore del Pacifismo Cristiano, ma solo evidenziarne i grossi limiti. Il cristianesimo Protestante, oltremodo diviso in correnti, ha possibilità pacifiste ulteriormente ridotte.
Martin Lutero così si espresse in merito alle leggi che presiedono alle scelte di politica internazionale: "[...] governare un paese intero o il mondo con il Vangelo sarebbe come se un pastore radunasse in una stalla lupi, leoni, aquile, pecore, lasciando ciascuno libero di andare fra gli altri e dicesse: pascetevi da soli e siate felici ed in pace gli uni con gli altri; [...] Qui le pecore conserverebbero sicuramente la pace governandosi e pascolando pacificamente, tuttavia esse non vivrebbero a lungo né alcun animale potrebbe conservarsi di fronte all'altro."

3. Il Pacifismo fondato sul Liberalismo
E' basato su un pensiero di tipo positivistico su un sistema di valori di tipo utilitaristico.
Il sistema di valori e di idee dal quale esso nasce, da Bacone fino a Spencer, non riconosce né il valore peculiare della più pura religione e metafisica (il "sacro"), né quello della superiore cultura spirituale. Riconosce esclusivamente una "legge del progresso", la quale è però applicabile soltanto alle scienze esatte (tecniche).
Il sistema di valori del liberalismo disconosce ancor di più i valori "eroici" dell'uomo e della virtù (valori vitali). Proprio questa sua caratteristica ha causato per esso il rigetto di questa scuola di pensiero (scuola di Manchester) da parte della gioventù tedesca, più ispirata dal Militarismo Spirituale, che indicava in questo un pacifismo da "rammollimento", da degradazione dell'uomo al livello di "animale da gregge" (F. Nietzscke). Un giudizio, quello tedesco, eccessivo ed unilaterale, che toccava anche i padri di questa corrente di pensiero, i quali in realtà possedevano un carattere assai coraggioso e fiero: Bentham, John Stuart Mill, Herbert Spencer. Inoltre il commercio marittimo inglese, soprattutto nelle sue prime fasi di sviluppo, può essere senza meno definito un "commercio eroico".
Il Liberalismo aderisce pienamente all'idea secondo cui la storia umana tende spontaneamente verso un "equilibrio degli interessi", tale che virtù, amore del sacrificio e senso del dovere non avrebbero ragion d'essere.

Qual'è l'errore principale del Pacifismo Liberistico?
Sottovaluta l'autonomia delle energie morali, spirituali e giuridiche. I conflitti economici non sono l'unica causa delle guerre, e forse nemmeno la causa prevalente.
Non comprende quindi che l'impulso umano di Dominio e Potere è una "eterna ruota motrice della politica", affatto soggetto all'impulso del Nutrimento e della Acquisizione Economica.

4. Il Pacifismo Giuridico o Pacifismo del diritto, fondato su accordi internazionali
E' storicamente legato alla grande idea di un Diritto Naturale sovraordinato al Diritto Positivo, uno "ius naturae" iscritto nell'intelletto e nel cuore dell'uomo. Un diritto, quello naturale, portato a giustificazione della validità delle "leggi positive" dello stato, fondamento anche di un diritto dei popoli che regola i rapporti tra stati (ius gentium), quest'ultimo assistito dalla riconosciuta antica legge di "rispetto assoluto dei patti stabiliti (pacta sunt servanda).

Il diritto diventa "vivente" quando esiste un giudice che lo applica. Pertanto questa idea insiste sull'esigenza di costituire una Corte di Giustizia internazionale. Hanno lavorato in questa direzione l'olandese Hugo Grotius, nella famosa opera "De jure belli ac pacis" (1652); successivamente, a favore di un diritto delle genti, ha lavorato Samuel Pudendorf. Entrambi non possono essere definiti pacifisti, in quanto distinguono tra guerra giusta e ingiusta. Grotius ammette anche una guerra di intervento sulla base di motivi morali e giuridici contro un sovrano che minacci i suoi sudditi. Grotius in tal modo, come fa notare F. Meinecke, "costruiva il suo sistema di diritto internazionale come se non vi fosse alcuna ragion di stato, alcuna forza di costrizione che spinge gli stati aldilà dei limiti del diritto e della morale, come se fosse possibile rinchiudere l'azione reciproca degli stati completamente entro i termini giuridici e morali".
Anche il famoso scritto di Kant "Della Pace Perpetua" rientra in questa forma di pacifismo. Pur non parlando propriamente di Pacifismo Strumentale, Kant reclama la necessita di una Corte di Giustizia internazionale. La Pace Perpetua diventa una "idea regolatrice" dell'agire politico, non uno scopo per il quale fissare un termine.
Sono queste le idee che hanno portato alla costituzione del "tribunale arbitrale" dell'Aia ed infine alla Società delle Nazioni a Ginevra.

Come valutarne i risultati, anche ragionando con quanto si è concretizzato in virtù di questa forma di pacifismo?

L'illusione che le forme di stato Repubblicane e/o Democratiche, in quanto forme di governo, avrebbero portato da sé alla pace è stata demolita dalla storia. Le guerre vengono comunque decise in "gabinetti" e "diplomazie" permanenti e spesso segrete. Nel XIX secolo le repubbliche hanno condotto più guerre, sia come numero che come consistenza, delle monarchie, vincendole il più delle volte. Mentre i circoli più conservatori dell'Inghilterra, della Russia e dell'Austria erano contro la guerra.

L'errore filosofico più decisivo - che è l'errore radicale dell'epoca illuministica, che risale all'idealismo greco - è quello di "[...] accordare alla Ragione, all'Idea un'efficacia positiva nell'uomo e nella storia, non riconoscendo la loro connessione e compenetrazione con il demone della vita istintiva umana".
Si tratta di un fallace ottimismo riguardo al prevalere della "forza del diritto" sul "diritto della forza". Nei fatti ogni forma di Diritto Positivo è subentrata, senza soppiantarlo, all'originante rapporto di forza e di interessi. La forza del diritto è dunque sempre un fenomeno "secondario e derivato", e sempre "relativo" ad una struttura in grado di imporlo. "[...] Un diritto naturale e razionale costante non esiste già per il fatto che non esiste una organizzazione razionale e costante dell'uomo".

La massima espressione del Pacifismo Giuridico è sicuramente la Società delle Nazioni, che ha posto la guerra come "estrema ratio" nelle decisioni di politica internazionale, decisione che resta regolata da "norme" e non arbitraria.
L'ideale primario, promosso principalmente dai paesi Anglosassoni (notoriamente pragmatici) è il "Disarmo Generale" mondiale. Per il suo conseguimento, per evitare l'acutizzarsi di tensioni economiche, la Società delle Nazioni porta avanti anche l'ideale di risolvere le relazioni economiche tra gli stati e determinati problemi umanitari e culturali di rilievo internazionale (es. diritto del lavoro). Questi ultimi ideali, concreti e razionali, sono promossi soprattutto dai paesi Latini (notoriamente idealisti).

L'obiezione principale, sollevata dagli oppositori alla Società delle Nazioni e alla vecchia politica di potenza delle alleanze nazionali, è che essa è stata fondata soltanto per dare al "diktat" degli stati vincitori della guerra mondiale una durata infinita (trattato di Versailles), e per rafforzare il possesso degli attuali "beati possidentes" (politiche coloniali).
Si tratta di un'obiezione sicuramente fondata.
F. Weiser fa però notare che "[...] La Società delle Nazioni non sarebbe potuta nascere in modo diverso da questo. La legge della forza esige che essa fosse fondata attraverso la violenza. [...] Perciò non si può dire che la Società delle Nazioni sia un "passo falso" sulla via della pace. Piuttosto rappresenta il primo passo, necessario anche se ancora non sufficiente a condurre verso la piena libertà".

Permangono sempre 3 decisive obiezioni alla efficacia della Società delle Nazioni:
1) Dietro di essa si cela l'interesse ancora assolutamente particolaristico del capitalismo internazionale e ciò la pone in permanente conflitto col la Russia sovietica, con l'Italia rivoluzionaria e con la Cina.
2) Non può comporre i grandi contrasti fra gli interessi vitali delle grandi potenze che la compongono.
3) Essa è priva di un Organo Esecutivo Militare comune, non legato ai grandi interessi nazionali, economici e politici.

Senza farsi trascinare da un pessimismo cinico, è importante riconoscere alla Società delle Nazioni il valore di "strumento buono ed utilizzabile" per impedire una guerra almeno all'interno dell'Europa.

5. Il Semi-pacifismo del Comunismo e del Socialismo Marxisti
Mira al raggiungimento della Pace Perpetua tramite l'abolizione delle classi sociali e la temporanea "dittatura del proletariato".

E' del tutto evidente che il marxismo non è pacifista sul piano dei princìpi, nel senso in cui la Non-Violenza, il Pacifismo Giuridico e quello Liberistico delimitano il termine ed il concetto di pacifismo.
I marxisti sono anzi essenzialmente scettici circa la Forza Intrinseca delle Idee, Istituzioni ed Attitudini Morali e Giuridiche, sopravvalutate nel pacifismo della non-violenza e in quello giuridico. Le idee e i valori di ogni tipo sono per essi soltanto la conseguenza e la sovrastruttura (ideologia) della dinamica dei rapporti economici di produzione. In tal senso il loro pensiero è Naturalistico esattamente come per i teorici della Pura Forza (Machiavelli, Hobbes, Spinoza), che in breve affermano che "la forza precede il diritto" e "condizione il contenuto ideale del diritto". La differenza è soltanto nel fatto che i marxisti pongono al posto della forza statale e militare la Lotta di Classe Assoluta.

Senza addentrarsi nelle variegate forme di comunismo e socialismo (di destra e di sinistra), riferiamo a quanto scritto da Marx nel 1871: "La guerra degli asserviti contro i loro oppressori è l'unica guerra giusta nella storia".
E' una conclusione di parte. Le guerre nella storia vengono giudicate Solo nella misura in cui esse preparano la rivoluzione proletaria finale; per es. in passato tutte le guerre contro la Russia zarista sono state approvate (da Marx, Engels, Bebel) mentre ora invece ogni guerra contro la Russia sovietica è considerata un male.
G. Zino'ev e V.I. Lenin hanno scritto un libro, "Socialismo e Guerra", in cui si dice: "[...] Una delle forme di inganno della classe operaia è costituita dal pacifismo e dal motto astratto della pace. Sotto il dominio del capitalismo e dell'imperialismo le guerre sono inevitabili [...] il marxismo non è pacifismo. [...] La soluzione non è il disarmo generale, ma il disarmo della borghesia e l'armarsi del proletariato". A ciò si aggiungono 2 principi fondamentali: la divisione essenziale fra "stati capitalistici" e "stati proletari"; l'idea della necessità di una certa propaganda (cinema, stampa, ecc...) attraverso cui ogni stato dovrebbe costituire un "esercito rosso", per unirsi in seguito con l'armata rossa della Russia e rovesciare definitivamente la borghesia.

Nonostante tutto sarebbe un errore non definire l'insieme del socialismo marxista come non-pacifista. La Lotta di Classe assoluta, la Guerra, la Rivoluzione, la Guerra Rivoluzionaria, la temporanea ma necessaria Dittatura del Proletariato, sono tutti rapporti violenti, ma al fine di realizzare la Pace Perpetua attraverso la socializzazione del mondo.

La critica più evidente è la seguente: ricondurre tutta la storia soltanto a lotte, e non invece ad una unificazione di tipo associativo; tutte le "lotte dei gruppi" a "lotte di classe" che ne sarebbero la vera base; ed infine tutta la "causalità storica" a "causalità economica". Tutto questo appare arbitrario e falsifica l'immagine della storia. Altrettanto falsa è la tesi secondo cui il capitalismo è la causa essenziale della guerra moderna, soprattutto dell'ultima guerra.
"La Pace Perpetua, che deve essere innalzata sul mare di sangue della Rivoluzione Mondiale è certamente una delle forma più discutibile che questa idea, piena di trasformazioni, abbia assunto. Non soltanto su un mare di sangue ma su un annientamento della Cultura dell'intero occidente giunta fino a noi!
L'idea di una guerra rivoluzionaria mondiale è un grande pericolo per la pace."

6. Il Pacifismo Conservatore
E' conseguente a un Dominio Imperialistico (Pax Romana). (vedi punto successivo)

7. Il Pacifismo Internazionale di Classe della grande borghesia capitalistica europea
E' la borghesia la classe che teme la sua rovina a causa di nuove guerre.

"Chi avrebbe maggiormente da tremare di fronte ad una nuova guerra europea di proporzioni ancora maggiori della Grande Borghesia Occidentale, la cui posizione di dominio è già stata così gravemente minacciata dall'ultima guerra."
L'utilitaristico buon senso ha spinto la borghesia ad abbandonare il Militarismo di Principio., per il più redditizio pensiero relativamente pacifista.
Un fenomeno nuovo, che va a contrapporsi ad una Russia relativamente bellicista, concretizzantesi nella forte tendenza a creare relazioni economiche internazionali, per conservare il proprio dominio di classe ed accrescerlo attraverso le organizzazioni internazionali. Un intreccio che sarebbe distrutto da una guerra. Di sicuramente positivo in questa tendenza vi è la consapevolezza che solo uno stato straniero, in grado di intrecciare relazioni economiche, può arricchire il proprio stato, e che la guerra va quindi contro il benessere di entrambi gli stati.

Questa aspirazione di classe della grande borghesia si salda su una delle più antiche forme di pacifismo che la storia universale conosca: il pacifismo legato ad una sorta di egemonia mondiale (Pacifismo Imperialistico). Quest'ultimo mira a realizzare la Pace Perpetua attribuendo ad Un Solo Stato nel mondo una potenza ed estensione tali da eliminare ogni possibilità che uno stato avversario possa crescere ad un livello simile. Indebolire gli stati forti, rafforzare quelli deboli, creare un "equilibrio" tra gli avversari potenziali: è questa la sua politica. La forma assoluta di tale pacifismo egemonico è ripetutamente emersa nel corso della storia (Alessandro Magno, l'Impero Romano, Napoleone).
Questa forma di pacifismo - esattamente opposta a quella della "violenza assoluta" - è oggi del tutto esclusa dagli attuali rapporti di forza fra le grandi potenze e, dopo l'ultima guerra, è da escludere che uno stato europeo possa aspirare in tale direzione.

8. Il Pacifismo della Cultura
Punta alla Pace Perpetua tramite l'accordo delle elite spirituali di tutti i paesi.

Sono indubbiamente in essere sforzi concreti su questa linea di pensiero:
1) Il "cosmopolitismo" dei centri culturali
2) L' "internazionalismo" della scienza esatta e della tecnica.
3) L' "europeismo".

"Io stesso amo questi sforzi, nella misura in cui essi non dimenticano il radicamento nazionale di ogni Cultura Superiore (di piccoli ambienti in ogni nazione), ed inoltre, fino a che essi soprattutto si manifestano in una forma onorevole e rispettosa di tutti i partecipanti (cosa questa che spesso viene dimenticata), e fintantoché essi non vengono intrapresi in modo invadente e sistematico nel senso della cosiddetta Propaganda Culturale - una contraddizione in sé stessa - giacché i valori spirituali devono rivolgersi a noi come sovrani, così dice Shopenhauer, essi non possono ammettere di essere imposti forzatamente. [...]
Tuttavia chi potrebbe attendersi da tali iniziative il sorgere di una Pace Perpetua, a meno di non essere di una ingenuità infantile in campo politico? [...]
Non il Sapere Intellettuale muove la nostra vita e la nostra azione, ma il forte Impulso Vitale e la Intuizione dei Valori; e senza dubbio quella intuizione dei valori che interpelli contemporaneamente la coscienza delle nostre possibilità e la nostra forza."

Conclusioni


Max Scheler conclude chiarendo la sua opinione in proposito:

"Da quanto detto risulta questo: noi rigettiamo tanto le vecchie forme di militarismo così come tutti i tipi di pacifismo specificamente strumentale.

IL PACIFISMO IN QUANTO ATTITUDINE SPIRITUALE ED IL MILITARISMO STRUMENTALE, INSIEME AL SOSTEGNO DI TUTTI GLI SFORZI A FAVORE DELLA PACE PERPETUA, E' QUANTO NOI POSTULIAMO.

Noi dobbiamo risolutamente rompere con le ideologie favorevoli alla guerra, che non sono in grado di far fronte ad una Coscienza Critica Certa né ad un Giudizio Illuminato Della Ragione, vale a dire dalla filosofia e dalla scienza. [...]
Tuttavia altrettanto energicamente noi dobbiamo cercare di bandire dai ranghi della nostra gioventù quel pacifismo francamente servile che dimentica in modo empio il proprio popolo e tutta la tradizione spirituale; sia che esso si fondi su esperienze individuali, [...]; si che esso si fondi su un sentimento di pura frustrazione di un popolo vinto il quale giudica in termini puramente affettivi l'oggetto esercito-guerra e si allontana da esso in modo puerile per il fatto che la sua ultima guerra non lo ha visto vincitore e gli ha causato dolore; sia per il fatto che esso si fondi su teorie utopistiche che non reggono alla critica razionale. [...]
Ciò che a noi occorre è una Intelligenza sana e dotata di realismo, ed un coraggio fermo, che ami l'onore e sia valoroso e dal quale sorga un orientamento fermo e lucido degli ideali, dei giudizi e delle attitudini della volontà circa i problemi della guerra, della pace, dell'esercito, [...]" .